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Linguaggio della rissa e dell'astio, indignarsi è un dovere

Un appello a quanti dovrebbero avvertire la responsabilità morale ed educativa del loro ruolo: in particolare i politici, i giornalisti, quanti si esprimono sui social

di Paolo Bustaffa 09/08/2018

“Mi ha colpito un fatto di cronaca di questi giorni. L’Italia non può somigliare al far west dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno rovinandole la salute e il futuro. Questa è barbarie e deve suscitare indignazione”. Le parole del Presidente della Repubblica hanno sorpreso quanti il 19 luglio stavano ascoltando il suo intervento nel corso della tradizionale cerimonia del Ventaglio che rievoca e rilancia il rapporto tra informazione e Parlamento.

L’appello all’indignazione da parte di uomini miti e riflessivi segue il loro grido di allarme quando civiltà e umanità sono messe in grave pericolo dalla barbarie.
Un appello come questo non facilmente viene accolto da una società che sempre meno si indigna e sempre più si rassegna a mentalità, parole e gesti di rifiuto, di disistima, di umiliazione.

Un appello come questo si rivolge in particolare a quanti dovrebbero avvertire la responsabilità morale ed educativa del loro ruolo: in particolare i politici, i giornalisti, quanti si esprimono sui social.

“Siamo tutti consapevoli, naturalmente – ha affermato Sergio Mattarella – che vi sono usi distorti – talvolta allarmanti – del web. Vi appaiono segni astiosi, toni da rissa, che rischiano di seminare, nella società, i bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell’ostilità preconcetta che puntano a sottoporre i nostri concittadini a tensione continua”. Immediata una levata di scudi: “Non sono io, è l’altro a offendere…”. Subito si girano le parole scomode ad altri indirizzi. Non è una novità: sono sempre gli altri, soprattutto se avversari o diversi, i colpevoli, i portatori e i diffusori di un virus che corrode.

Il Capo dello Stato mette in guardia e chiede di “non farsi contagiare da questo virus, ma contrastarlo, farne percepire, a tutti i cittadini, il grave danno che ne deriva per la convivenza e per ciascuno. Vi è il dovere di governare il linguaggio”.

È dunque un dovere indignarsi per il continuo ricorso al linguaggio dell’astio, della rissa, dell’odio che produce gesti, comportamenti e tendenze che riducono un popolo in una massa anonima e triste che ha come motto: prima noi e dopo gli altri.

L’indignarsi è doveroso ma è solo un primo passo sulle strade che portano a orizzonti di umanità.

Ma come contrastare la deriva del linguaggio della rissa, dell’astio, dell’odio? Quale scelta per liberare questo linguaggio dalla schiavitù del pregiudizio o del giudizio sommario? La risposta non può che venire dal risveglio della coscienza, dalla forza di ribellarsi al conformismo, dalla volontà di indignarsi per le offese, dal coraggio di andare contro corrente per amore della verità.

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