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L'analisi di Gianni Pensabene, portavoce regionale del Forum del Terzo Settore, sullo stato delle nostre periferie

«Agire, qui ed ora. Facile pensare che il male si curerà da solo»

di Redazione Web 27/09/2016

di Gianni Pensabene * - Cosa si cela dietro i fatti di cronaca di questi giorni? Non vi è dubbio che alcuni episodi accaduti recentemente in città e nella vicina Melito lasciano l’amaro in bocca. Storie di giovani che - in assoluto spregio al senso di solidarietà - compiono atti di vandalismo o di violenza sessuale cui non fa seguito, purtroppo, la capacità di analizzarli e che, sbrigativamente, si concludono, invece, in un alternarsi di colpevolizzazioni delle vittime o invocazioni di pene esemplari per i colpevoli. Ma cosa sappiamo veramente di ciò che avviene nelle periferie dei nostri paesi e delle nostre città? Ci siamo sforzati di creare occasioni in cui la nostra vita si è incrociata con quella dei giovani, dei bambini, degli anziani che vivono nei quartieri periferici? Oppure i riflettori sulle realtà lontane dai centri storici delle nostre città si accendono solo - o quasi esclusivamente - quando accadono fatti eclatanti, ribaltati rumorosamente sullo scenario nazionale? Nelle realtà periferiche le storie di solitudine, di abbandono delle fasce più deboli della popolazione - bambini, adolescenti, anziani – sono sempre più ricorrenti, ma, nonostante questa drammatica ed evidente realtà, i nostri occhi faticano coglierle. Dentro il degrado fisico, i cumuli di immondizia, le opere pubbliche incomplete e vandalizzate, nella mancanza di spazi di incontro e di aggregazione sociale, nelle quotidiane disattenzioni e mancanza di servizi, nell’assenza di occasioni di crescita prospera, giorno dopo giorno, un disagio sociale che non di rado sfocia in situazioni di violenza, di rabbia o, peggio ancora, di indifferente rassegnazione. Ad una quotidianità priva dei valori che hanno costituito la base per una forte coesione sociale, si è probabilmente sostituita una modalità di vita frammentata, riempita da immagini di una vita virtuale dentro cui si perde il senso dei rapporti veri, reali, con gli altri: il valore stesso dell’esistenza degli altri accanto a noi smarrisce il suo significato. Scelte politiche cieche aggravano poi, molto spesso, tali situazioni. Per citare un caso a noi vicino, basta fare riferimento al quartiere Arghillà Nord, periferia tristemente nota della nostra città. Ciò che quotidianamente avviene in questo quartiere è la più fedele delle fotografie dello stato attuale di tutte quelle realtà periferiche brevemente sopra descritte. Avervi concentrato, nell’epoca dell’ormai famoso “Modello Reggio” e contrariamente, invece, a quanto immaginato dalle amministrazioni precedenti, un numero consistente di famiglie, di cui già si conosceva il vissuto problematico e carico di disagi, ha consolidato - quando non aggravato- una situazione di permanente emergenza sociale. Prendendo ad esempio il “caso Arghillà”, e ricordando i fatti feroci ed ingiustificabili riguardanti il territorio di Melito emersi qualche settimana fa, periferie del mondo che potremmo inserire in un elenco molto più lungo di questo…dovremmo cogliere l’occasione per riflettere su chi ha la responsabilità di tutto questo e, più in generale, l’intera comunità dovrebbe porsi nuovamente una domanda: come si può lavorare per la rinascita di questi luoghi? La povertà ha diverse declinazioni - materiale, culturale, relazionale: occorre avere il coraggio di dire che il mancato intervento in tali realtà è la prima causa di un malessere che poi può sfociare in atti di violenza, che scoppiano senza preavviso e quando meno ce lo si aspetta. In genere chi lavora nel sociale, nei territori sempre più segnati dal degrado, dal disagio sociale, dalle povertà; chi si occupa di emarginazione, tossicodipendenza, carcere, immigrazione, diritti dei più deboli segnala – talvolta come voce nel deserto – la necessità di intervenire per risanare le realtà a rischio. Sono voci “scomode“, dettate non da pregiudizi ma da preoccupazione, non per sterile gusto di contrapposizione quanto piuttosto per dare un contributo alla soluzione dei problemi, schierandosi dalla parte dei più deboli. Ci si dovrebbe chiedere: quali misure vengono adottate sul piano della integrazione sociale, quali aspetti educativi vengono curati per affrontare, ad esempio, il grave fenomeno dell’abbandono scolastico e della dispersione sui territori in crisi? Sarebbe falsamente tranquillizzante per la coscienza collettiva pensare che col tempo il male si curerà da solo, che l’integrazione alla fine si realizzerà. Serve agire, qui ed ora. Appare lampante che in un’ottica di prevenzione (pratica poco utilizzata) sia indispensabile la strutturazione di servizi, il funzionamento della scuola, il potenziamento delle agenzie educative. Occorre dunque aiutare a crescere tutte le realtà che con spirito volontaristico tentano di ribaltare la situazione, che si impegnano per rivendicare i tanti diritti negati; giovani che si impegnano a raccogliere firme per presentare petizioni, che svolgono attività educative e di animazione, che creano associazioni giovanili per sottrare i ragazzi ad un futuro di strada. Tutto ciò si chiama “prevenzione". Su questi delicate problematiche, un richiamo imperioso risuona da tempo nella Chiesa, in particolare attraverso la figura profetica di Papa Francesco che in modo chiaro ed in più occasione è tornato a sottolineare l’esigenza di un impegno forte in tutte le periferie malate delle nostre città, italiane ed Europee. E’ un richiamo verso la società nel suo insieme e verso la chiesa stessa: “Quando la Chiesa è chiusa si ammala. La chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali. Oggi viviamo una cultura dello scontro, della frammentarietà e dello scarto. La povertà è una categoria teologale perché il figlio di Dio si è abbassato per comunicare per le strade. Attraverso i poveri tocchiamo la carne viva di Cristo “ La risorsa da mettere in campo per affrontare la crisi e l’incertezza del futuro delle giovani generazioni è l’attivazione straordinaria di quelle istanze sociali e culturali che per competenza e dovere istituzionale debbono creare soprattutto per i giovani spazi, attenzioni, servizi ed occasioni di crescita.

* Portavoce del Forum regionale del Terzo Settore Calabria

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