accedi | registrati | 11-12-2018

Il vescovo di Cassano allo Jonio ha celebrato il suo quarantesimo anniversario di sacerdozio

Monsignor Savino festeggia il 40esimo anniversario sacerdotale

di Pietro Groccia 25/08/2018

“Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mc 1, 17): è l’invito che Gesù indirizzò ai primi discepoli incrociati lungo le coste del mare di Galilea.
Questo stesso invito fu rivolto nel corso di duemila anni di storia cristiana a uomini di ogni estrazione sociale, chiamati a proseguire l’opera del Salvatore. È questo l’invito che un giorno il Signore, in un humus sociale carico di insoddisfazione e insieme di attesa di un “mondo nuovo”, fece risuonare alle orecchie di un giovane sessantottino di nome Francesco Savino, dicendogli: “Vieni, seguimi. Farò di te un lavoratore nella vigna del Signore”.
 
Ogni vita sacerdotale comincia precisamente con una imperscrutabile chiamata del Signore. Ricordando, quarant’anni dopo, questo fondamentale momento della Sua esistenza, desideriamo unirci spiritualmente al suo personale rendimento di grazie al Signore per l’ineffabile dono del sacerdozio.
Che senso ha questo avvenimento per il nostro Vescovo che tocca un traguardo e per noi che – itineranti con lui – siamo con lui in comunione di preghiera? Per il cristiano non ci sono arrivi. Il cammino è sempre nuovo. “Cantate Domino canticum novum” recita il salmista! 
Solo in una misurazione umana le tappe del cammino possono generare paura, senso di perdita nell’angoscia della finitezza antropica. Ma nel Signore tutto è grazia, tutto è vita, tutto è novità, perché è il suo volto che noi cerchiamo nell’oltre che verrà e nel fondo che già è venuto. 
Questa mia lettura, allora, non vuole essere la commemorazione di un tempo passato ma la vitale coscienza del presente di Dio che ci raccoglie come Chiesa col nostro vescovo per dilatare nuovi spazi alla speranza.
 
Questo è, allora, un momento di vita, non di ricordi; di impegno, non di rimpianti; è apertura al Dio che viene sempre in modo nuovo. Ecco, allora, perché un evento del genere va colto e letto nel dato esperienziale di una fede crescente.  
San Giuseppe Cottolengo diceva che il sacerdozio è un dono talmente alto che “non basterà l’eternità per ringraziare di esso la bontà di Dio”. 
Pio XI ribadiva: “Dio non ha cosa più grande del sacerdozio da dare all’uomo”. 
San Giuseppe Cafasso sosteneva: “Non basterà l’eternità per ringraziare Dio del dono del sacerdozio, tanto esso è incomparabilmente grande”. 
Sì, il sacerdozio è dono e mistero. Dono gratuito di Dio e mistero di amore e di predilezione da parte di Dio che chiama a continuare l’opera di Cristo nel mondo di oggi. Le vie del Signore sono sempre misteriose, ma sempre ispirate dall’amore. 
Per questo, in tale felice occasione, mi è caro pensare alla Vergine Santissima quale Madre del Suo sacerdozio e della Sua intera esistenza, iniziata in anni difficili per la comunità civile ed ecclesiale, segnata dagli eventi tumultuosi del sessantotto. 
 
Nasce a Bitonto nel 1954, entra nel Seminario Regionale di Molfetta dopo aver conseguito la Maturità Classica nel 1973. Completati gli studi teologici è ordinato sacerdote dal vescovo di Bitonto, Mons. A. Marena, il 24 agosto 1978. Il 20 gennaio 1985 è nominato Parroco della Parrocchia Cristo Re Universale di Bitonto. Il 2 ottobre 1989 è nominato Parroco Rettore della Parrocchia Santuario Santi Medici Il 28 Febbraio 2015 viene eletto da Papa Francesco Vescovo della Diocesi di Cassano all’Jonio. 
Premetto che questo mio intervento, in questo tributo ecclesiale, non nasce da studio su atti, documenti o scritti, ma da una amicale richiesta di un giornalista che per la fausta circostanza del 40° genetliaco sacerdotale del vescovo di Cassano all’Ionio, mi ha chiesto di cogliere Savino nel volto che esprime nel suo essere vescovo.
 
Essere vescovo non è lo stesso che fare il vescovo. Al di là della misteriosità e trascendenza della consacrazione e missione, l’essere vescovo è anche una traduzione umana di Cristo pastore, cercatore affaticato dietro alla “pecora perduta”! 
Savino mi sembra il vescovo di cui elenca qualità e stile l’apostolo Paolo: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare” (1 Tm 3,2). 
Questo assunto paolino può spaventare un Vescovo. Si può dire che più che un’elencazione enfatica, irraggiungibile è la traccia di una tensione, una passione d’anima, che con la grazia di stato e la continua maturazione, deve e può essere perseguita.
Mons. Savino è su questa scia. È Vescovo desto, attento ed aperto, per essere veramente pastore e costruirsi continuamente come tale. Egli ben sa che la pastoralità non è pragmatismo, il governo non è tattica, l’organizzazione non è apparato, ma che tutto parte dalla carità e tutto serve ad essa. La carità non è intimismo, ma dono di sé, non è estasi ma incarnazione e per questo la Carità pastorale, doverosa spiritualità di un Vescovo, lo fa un crocifisso solo, fedele al dono, che raccoglie in sé il peccato della sua Chiesa come l’Agnello che perché immolato è colui che ci guida alle fonti delle acque della vita (Ap 7, 17).
 
È dell’umanità, coniugata allo spessore culturale, con cui mons. Savino veicola la trascendenza del suo essere vescovo che intendo parlare. 
E per approcciare ermeneuticamente questa sua intrinseca dimensione categoriale che si fa biografia intellettuale, lo spunto me lo offre una bella lettera di klaus Hemmerle inviata ad Hans Urs von Balthasar, in occasione del suo 70° compleanno, dal titolo emblematico “Tesi di Ontologia trinitaria”. Ed è proprio nella lettura, in chiave pastorale, dell’opera di Hemmerle che recupero la cifra epistemologica che mi consente di interpretare la biografia intellettuale di Savino come una nuova forma di metafisica della carità improntata alla concezione dell’essere come dono e atto di amore che ha in Dio la sua scaturigine e il fondamento ultimo: «Dio è amore e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui» (1 Gv 4,16). In sintesi, il rapporto tra la dimensione oggettivante del pensiero, e la dimensione qualificante dell’esistenza cristiana, rosminianamente racchiudibile nei termini della carità triniforme, delinea in Savino una nuova fenomenologia dell’amore, del darsi, in grado di argomentare l’insopprimibile rivelarsi dell’essere e dell’ente. In questa considerazione dell’amore diventa essenziale la prospettiva dell’accadere, del compiersi, ed è per questo che Savino sviluppa un profondo parallelo tra l’analogia del linguaggio e l’analogia dell’essere. Dunque, un percorso che parte dalla “traduzione” del principio agapico in un’ontologia trinitaria, per poi coglierne le implicanze filosofiche attraverso un’ontologia relazionale.
 
Il suo pensare non è la comprensione fredda del razionalista o di chi è soggiogato da schemi ideologici, ma l’appassionato e delicato abbraccio di chi si offre alla realtà medesima con piena dedizione di sé e con un’intelligenza aperta a lasciarsi ammaestrare. E un lasciarsi prendere dalla dinamica che muove la realtà stessa, perché vi riconosce la mano di Colui che la governa e perciò vi ode il suo comando a proiettarvisi senza esitazione con ardimento; è la fiducia nel logos quale principio che raduna e raccoglie, che apre e mette in co¬municazione, per ritessere il dialogo con gli uomini del no¬stro tempo attraverso una ricerca e una proposta di analisi e considerazioni condivisibili. 
È indubitabile, infatti, che Gesù Cristo è centrale nell’esperienza e nel pensiero del vescovo bitontino. E come potrebbe essere altrimenti? Direi anzi che i luoghi – trinitario ed ecclesiale – nei quali e, per così dire, attraverso i quali Savino incontra nel qui e nell’ora dell’esistere e del pensare la figura di Gesù Cristo, non sminuiscono la sua centralità, ma permettono piuttosto di collocarla in quell’unico orizzonte ermeneutico, entro il quale essa diventa esistenzialmente e ontologicamente significativa e feconda.  Il cristocentrismo per Savino, dunque, non è conseguenza di un acritico dogmatismo apologetico, che interrompe ogni manovra di dialogo, ma tende a far risaltare sia la tipicità del Cristo, sia le derivazioni che essa ha nella storia del mondo e per il destino dell’uomo. 
 
Ne deriva una impostazione pastorale alternativa a un’impostazione meramente antropologica della teologia, in cui Dio è riduttivamente inscritto nelle esigenze e nelle possibilità cognitive dell’uomo, ma anche l’alternativa a un pensiero teologico statico e deduttivo, che degrada gli eventi della salvezza a esemplificazioni di una metafisica autoreferenziale. 
Tutto questo provoca l’elaborazione di nuovi modelli di Chiesa, nuovi modi di presenza e reiterate modalità di abitare questo mondo, ma anche un ripensamento della fede stessa, perché essa brilli nella sua bellezza e ricchezza, oltre le sue indecenti caricature che hanno suscitato tra gli uomini tanti interrogativi critici e negativi circa il volto di Dio che essi annunciano.
Vescovo di grande disponibilità e di sobria allegria, arguto e di moderato humour, autorevole nel parlare, ma accogliente nei modi.
Il suo motto “Charitas Christi urget nos” (2 Cor 5,14), esprime non solo la cifra di un episcopato, ma il senso di una vita.
 
Il segno dinamico del suo episcopato, come frutto della sua libertà, vissuta nella pace, è, infatti, la sua povertà. Non c’è luogo di sofferenza dove il suo sorriso non abbia portato un raggio di Dio: ospedali, carceri, case di ricoveri... e non è emerso un bisogno di poveri e di emarginati senza una sua attenzione. Sul suo tavolo può esserci tutto il lavoro di questo mondo, ma quando lo interpelli per una situazione in cui è offesa la giustizia o è atteso l’amore, lo vedi scattare, ergersi attento, vibrante, impaziente sino a quando non può dare una risposta.
Certo l’essere e fare il Vescovo è difficile farlo in Calabria è ancora più arduo. Un vescovo, in Calabria, può essere giudicato protagonista se vive impegni forti nella drammaticità del sociale, può essere considerato come evasore un ripiegato se si impegna com’è suo dovere, a far crescere la Chiesa nella sua interiorità; è inquadrato come un burocrate se punta all’ordine, alla disciplina e alle strutture. 
 Questi sono elementi non solo sussidiari all’evangelizzazione, ma nel nostro contesto, indicativi e condizionanti. In fondo, il Vescovo in Calabria, molto osservato e atteso, e sempre, misteriosamente commentato.
 
Per chi ha questa missione conta essere fedele, vale la sua fedeltà a Cristo, la passione del nuovo nella linea della ricerca dell’uomo e nella garanzia della perenne verità di cui è custode! Mons. Savino è Vescovo in Calabria e lo è con una sua identità, con un suo sigillo e con un suo stile. È un uomo essenziale senza essere astratto, è concreto nelle opere senza essere un pragmatico ed è raccolto senza essere evasivo. Infine, un Vescovo che sa vivere il suo ruolo e sa timbrarci con la ricchezza della sua umanità. Pastore – avverte l’Apostolo – è colui che “veglia”, cioè si prende cura, si dedica, si preoccupa di sé e del gregge, con la premura del custode –, appunto – e con lo zelo del pastore, sapendo di essere originale strumento del grande dono dell’amore di Dio, rivelatosi nel sangue del suo Figlio. Vogliamo oggi con Lei rendere grazie al Padre, perché nel Suo ministero possiamo tutti riconoscere una profonda e diuturna passione per la Chiesa, per Cristo e per l’uomo. Rafforzi il Signore i nostri passi nel cammino che ancora ci attende, conceda frutti alla Chiesa di Dio che è in Cassano All’Ionio e consolazioni per la Sua persona. Ad multos annos. Ad multos labores. Ad multas coronas!

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