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Che ore sono in Europa?

Bruxelles e la lotta sugli sbarchi, ma anche l’orologio divide l’Europa ''unita''

di Davide Imeneo 05/09/2018

Anche l’orologio divide l’Europa “Unita”. Il presidente della Commissione Europea Jean–Claude Juncker ha annunciato che, in un sondaggio (con bassissima rilevanza) l’84% dei partecipanti ha dichiarato di non volere più un doppio orario. Per questo è necessario, secondo l’autorità di Bruxelles, che il Parlamento Europeo decida se mantenere per sempre l’ora solare o l’ora legale. Innumerevoli opinionisti di tutto il Continente hanno vergato le più attente analisi sulle conseguenze di questa scelta: «È giusto abolire un provvedimento pensato secondo una logica industriale ed economicistica col solo fine di ridurre le spese», «l’ora legale “fissa” garantirebbe una spinta ai consumi e un ostacolo al microcrimine», «il cambio dell’ora causa un aumento del 10% di infarti e comporta un incremento dei costi sanitari».

Una cosa è certa. Assistere a questo dibattito nuoce gravemente alla salute civica di chi, quotidianamente, ha sotto gli occhi le innumerevoli inefficienze del sistema europeo. C’è da chiedersi: ma a Bruxelles sanno che ore sono in Europa? Forse le lancette si sarebbero dovute fermare su Vienna, dove qualche giorno fa, si è svolto il vertice dei ministri della difesa del vecchio Continente. Si è registrato l’ennesimo stallo fra i Ventotto. Freddezza sulla proposta italiana di far «ruotare» i porti d’approdo dei migranti. Il ministro della difesa Trenta è «delusa», ma «fiduciosa» in una mediazione del titolare degli Esteri Moavero. Ma Salvini alza i toni («Valuteremo se continuare la missione antitratta Sophia») e sferza ancora Macron. Ironizza sulle nuove ipotesi di reato per le quali è indagato dalla procura di Agrigento e, ricordando gli oltre 40mila respingimenti, dà dell’«ipocrita » al presidente francese. Macron ribatte: «I nazionalisti vorrebbero dare la colpa di tutto all’Europa. Anche se crolla un ponte». Ognuno segue le sue lancette, insomma. Ogni testa è un orologio. Quanto accaduto a Vienna è soltanto l’ennesima versione della questione immigrazione, l’altra faccia dello spettacolo indecente che ha avuto per “vittime protagoniste” i migranti della Diciotti. La dialettica nostrana e quella europea si giocano sulla pelle dei migranti. Che tristezza constatare come la politica abbia scelto la strada della strumentalizzazione degli sbarchi per acchiappare consensi.

Lo stallo della Diciotti si è risolto grazie alle braccia aperte della Chiesa, che però ha puntualizzato attraverso le parole di don Ivan Maffeis, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della Cei: «Questa è una risposta di supplenza. Non è “la risposta”. La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi. Ma anche risposte di solidarietà e di umanità come questa possono aiutare a sviluppare una cultura dell’accoglienza». Intanto anche l’Ong Open Arms ha abbandonato le acque libiche dopo il vertice di Vienna. Adesso è tutto in mano all’Europa: Open Arms, infatti, era l’ultima organizzazione non governativa a presidiare quella soglia di confine tra l’essere e il non essere...umani, ovviamente. Già, perché la premura e il bisogno di accogliere il forestiero ci ricordano che è sempre l’ora di essere umani. Ma in questo l’Europa è in grave ritardo. A prescindere dall’ora legale o solare.

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