accedi | registrati | 21-10-2018

La Santa Vergine icona della donna. Dalla tenerezza naturale, al dolore insopportabile della Croce

Consolatrice perché consolata dal Dio vivo

di Antonio Carfì * 09/09/2018

Ogni discorso su Maria, per essere serio e fondato deve sempre partire dalla Sacra Scrittura. È la divina Rivelazione che ci illumina sulla persona, sul ruolo e sul significato storico–salvifico della Madre di Gesù nell’hystoria salutis sia nel tempo della sua esistenza terrena sia nella condizione di Glorificata, poiché la santa Vergine continua ad esercitare la sua carità materna nell’oggi della Chiesa e dell’intera umanità. Il dato biblico ci attesta, innanzitutto, la presenza di Maria nei momenti cruciali della storia della salvezza: Incarnazione, Croce, Pentecoste. È per mezzo di Lei che il Verbo eterno si è incarnato (cfr. Lc 1,26–38); è Lei che svolge il ruolo di testimone privilegiata della morte redentrice del Figlio e svolge, altresì, il ruolo di Consolatrice del Figlio crocifisso (cfr. Gv 19,25–27); è sempre Lei ad essere presente all’evento pentecostale inaugurando la maternità spirituale nei confronti di quella Chiesa (cfr. At 1,14) che le era stata affidata simbolicamente nella persona del discepolo amato.
 
Il Nuovo Testamento oltre al ruolo di Madre, mette in evidenza il ruolo di Serva e Discepola del Signore: «Eccomi, sono la Serva del Signore» è la testimonianza biblica della comprensione che Maria ha avuto del suo ruolo: un titolo nel quale è insita tutta la sua vocazione d’amore e di servizio al Dio Unitrino e all’umanità sofferente. Nel suo percorso terreno, Maria è stata certamente la Madre di Dio, ma anche la sua prima discepola. E se il primo compito è unico e irripetibile, il secondo si presta invece alla esemplarità. Dobbiamo pertanto imitarla, innanzitutto, nella sua Sequela Christi che la condurrà a vivere il dolore insopportabile della Croce e la consolazione ineffabile della Risurrezione.

Ecco, Maria è per noi la Consolatrice: perché è stata innanzitutto la Consolata. E allora, appare subito evidente, che è il Signore, innanzitutto, il Consolatore, tema che riecheggia trasversalmente già nell’Antico Testamento, sia nei Profeti che nei Salmi e che si fa tangibile in Gesù di Nazaret. È ciò che Lui promette solennemente sul monte delle Beatitudini: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Mt 5,4). È Gesù, allora, la fonte di ogni consolazione. È Lui che dice anche a noi: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Il Signore Gesù, quindi, è venuto per consolare gli afflitti. Si tratta di una ricompensa non tanto dell’afflizione in sé, quanto piuttosto della fedeltà al Vangelo manifestata dai discepoli. Gli afflitti delle beatitudini, sono, infatti, quei discepoli graditi a Dio, poiché la loro afflizione è il segno della loro rottura con i valori mondani e la riprova della speranza, che orienta tutte le loro aspirazioni verso il regno futuro; e tra loro, come prima Discepola, la Madre. Maria, dunque, è Consolatrice perché Consolata. È esperta nell’arte del consolare perché ha fatto esperienza profonda e radicale della consolazione di Dio. È anche per noi oggi Madre compassionevole, perché ha saputo vivere in comunione col Figlio nello Spirito il dramma della Passione. È il momento in cui nel percorso teologale di Maria si compie il cammino di maturazione della fede; cammino plurisecolare iniziato con Abramo al quale è chiesta la prova solo fino alla soglia della morte, mentre a Maria è chiesta una fede che sappia andare oltre il mistero della morte.
 
Infatti Lei crederà, spererà e amerà per tutti. Soprattutto il Sabato santo, quando non ci saranno più neanche i segni della Croce: Lei crederà per tutti. Ma c’è anche un aspetto, non di rado trascurato, del dolore di Maria. Il tempo seguente alla morte di Gesù e alla sua Ascensione costituisce una sorta di spazio vuoto, in quanto Gesù, «assunto in cielo e assiso alla destra di Dio» (Mc 16, 19), non è ormai più presente tra i suoi; inoltre, non essendo ancora venuto lo Spirito della Pentecoste, non è ancora propriamente nata la Chiesa. C’è tuttavia una piccola, primitiva Chiesa, costituita dagli Undici, da Maria e dai pochi rimasti fedeli a Gesù dopo il “fallimento” del Venerdì santo. Questa comunità vive il dramma della “afflizione”, ma sta anche dando corpo alla “beatitudine” secondo la quale «gli afflitti saranno consolati». Insieme con questa comunità credente e in stato di sofferta attesa, Maria ha conosciuto l’“afflizione” e insieme anche la “beatitudine” della “consolazione”: l’ “afflizione” e la “consolazione” della Chiesa di allora e di sempre. Ma tanto l’afflizione di Maria quanto la sua consolazione sono considerati dalla tradizione cristiana soprattutto in riferimento al mistero pasquale di Gesù: “afflitta” fu Maria nel tempo della passione di Gesù; “consolata” in quello della sua risurrezione. Guardando Maria, la “consolata” dal Figlio divino, siamo invitati a trovare conforto e sollievo nel nostro impegno quotidiano di santità. A Lei possono rivolgersi tutti coloro che soffrono afflizioni di ogni genere: mamme prostrate dalle malattie, mogli o mariti umiliati dai tradimenti, giovani travagliati dalla mancanza di lavoro e di futuro, stranieri O tribolati dalla lontananza della loro patria, bambini feriti dalla separazione dei loro genitori, anziani amareggiati per l’abbandono, infermi trascurati, portatori di handicap emarginati, i bambini mai nati, società civili come le nostre, tuttavia umiliate e oppresse da quei veri e propri tumori maligni che si chiamano mafia, ‘ndrangheta, camorra, massoneria.
 
In Maria, Madre della Consolazione, ogni afflitto può trovare accoglienza. Infatti, in Lei si può leggere un atteggiamento spontaneo della psicologia della donna: l’accoglienza fatta con amore, rispetto, tenerezza. La sua non è solo la manifestazione naturale dell’affettività femminile, che è portata all’accoglienza e al dono. È soprattutto l’espressione del suo amore materno, che è accoglienza gratuita e incondizionata. Si tratta di una dote naturale, che Maria ha trasformato in virtù e in missione. Gesù, infatti, ha cambiato questo gesto umano in una vera realtà di grazia. L’accoglienza di un bambino, di un afflitto, di un emarginato sarà sempre allo stesso tempo accoglienza di Gesù: «Lo avete fatto a me» (Mt 25,32–46). Le stesse apparizioni mariane autentiche sono memoria significativa per non dimenticare le parole di Gesù, fonte di consolazione per l’umanità di ogni tempo. La Madre del Signore, attraverso queste visite alla Chiesa e al mondo, conferma che Cristo è veramente risorto; egli è il Vivente, che elargirà ad ogni creatura il dono della risurrezione per la vita eterna: l’Assunta è il compimento anticipato di tale promessa. A questo riguardo è significativo constatare che nelle apparizioni, la Vergine ha parole di materna sollecitudine e di speranza soprattutto verso i poveri ed i sofferenti che sono i più poveri tra i poveri. Essere veramente devoti di Maria significa soprattutto imitarla. Ella ci indica ancora oggi la fonte da cui sgorga inesauribile la consolazione: questa fonte è Gesù «il frutto benedetto del suo seno». È a Lui che dobbiamo guardare per essere raggianti di speranza e consolati nelle nostre sofferenze. La Theotokos non ci trattiene a sé, ma ci conduce ancora una volta al Figlio attraverso la Chiesa di cui Ella è membro sovreminente e Madre amorosissima: il compito di Maria, insegnava Giovanni Paolo II, è quello di guidare i fedeli all’Eucaristia. Essere devoti di Maria significa dunque mettersi alla sua scuola per ascoltare con atteggiamento orante e obbediente le sue ultime parole consegnateci dall’evangelista Giovanni che costituiscono il testamento spirituale della Madre del Signore e della Chiesa, dettata ai suoi contemporanei e ai discepoli di tutti i tempi: se volete essere consolati e fare esperienza autentica di vita cristiana: «qualsiasi cosa Lui vi dirà, fatela» (Gv 2,5).
 
* Docente di mariologia

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