accedi | registrati | 18-10-2018

Si esibirà all'Arena dello Stretto dalle 21.30, vi proponiamo un'intervista confezionata dalla redazione di Avvenire.

Reggio Calabria, Ermal Meta chiuderà i festeggiamenti civili

di Redazione Web 10/09/2018

Canta Ermal Meta: «Ricordo quegli occhi pieni di vita / e il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia». Il sorriso di una madre vittima di violenza familiare ha la forza di uno schiaffo, benefico, alle nostre coscienze. Ma è anche un inno all’amore che può far invertire la rotta dell’odio il branoVietato morire in gara a Sanremo. «E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza / ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire», altroché «un bicchiere di vino, con un panino». Preparatevi ad ascoltare in gara al 67mo Festival della Canzone Italiana (in onda da martedì 7 febbraio sino all’11 febbraio su Raiuno) una canzone autobiografica, nata per denunciare le tante, troppe violenze che restano chiuse in silenzio dietro le porte di casa. Un efficace brano pop, cantabile e profondo, scritto dal punto di vista di un ragazzino dai calzoni corti che si presenta spesso a scuola con un occhio nero. «Io portavo sempre i calzoni corti quando ero piccolo in Albania, anche quando faceva freddo. Mi piaceva», sorride Ermal Meta mentre strimpella alla chitarra un brano dei Verdena, seduto su un divano bianco a Milano, pronto per l’avventura sanremese. Non ama raccontare la sua vita privata, questo 35enne dagli occhi scuri e dalla voce gentile, arrivato a 13 anni in Italia insieme ai suoi genitori musicisti. Meta, annoverato da tempo tra gli autori più affermati d’Italia (ha scritto successi per Mengoni, Renga, Emma, Chiara e Francesca Michie-lin), preferisce che a parlare siano le sue canzoni. Tre volte al Festival tra i Giovani prima con le band Ameba 4 e La Fame di Camilla e l’anno scorso da solista con Odio le favole, ora finalmente viene promosso fra i Campioni. Domani si esibirà all'Arena dello Stretto dalle 21.30, vi proponiamo un'intervista confezionata dalla redazione di Avvenire.
 

Ermal, lei ha scritto due brani forti e personali ispirati ai suoi genitori. Ci vuole coraggio...
«Queste due canzoni sono i due binari della stessa ferrovia che corrono in modo parallelo. Ora si chiude un cerchio. Vietato morireè personale, ma vuole andare oltre, vuole diventare lo specchio per rappresentare una realtà sin troppo diffusa. Potrebbe essere la storia di chiunque e il mio scopo è fornire uno spunto di riflessione e far sentire meno solo chi è vittima. È allucinante che in Russia sia appena stato depenalizzato il reato di violenza domestica. Stiamo tornando indietro».

“Vietato morire” è una fotografia dura, ma contiene anche la speranza di poter cambiare le cose attraverso le parole d’amore di una madre.
«Sentivo l’esigenza di dare anche un messaggio di positività e di speranza. Niente è immutabile nella vita, tutto può cambiare basta desiderarlo. A volte la chiave della felicità è la disobbedienza. È giusto denunciare le violenze, ma anche disobbedire da un punto di vista interiore. Non accettare mai un atto di vessazione, di sopruso, di violenza che possa sfociare anche in qualcosa di peggio. Nessuno può dirti come vivere. Devi decidere tu».

Secondo lei delle violenze in famiglia se ne parla troppo poco?
«Se ne parla male. Le cronache sono piene di casi efferati, ma più passa il tempo più la violenza viene normalizzata, non ci si indigna più. E invece bisogna indignarsi e bisogna che lo Stato e le istituzioni intervengano, stando più vicino alle famiglie quando subiscono il male. E occorre più educazione».

Da dove arriva la sua educazione musicale?
«Da piccolo Mozart era il mio mito. Mia mamma, violinista nell’orchestra sinfonica di Fir, la nostra città, mi portava sempre ai suoi concerti. Una persona meravigliosa che mi ha dato un’educazione fondamentale. Il mio percorso di scrittura musicale invece è tutto italiano».

Lei, dopo una lunga gavetta, è diventato autore affermato. C’è ancora spazio per la canzone d’autore oggi?
«Ecco, a me piace variare, fare cose diverse, mi annoia restare chiuso in un genere. Lo spazio per tutti c’è, ma non bisogna bruciarsi. La gavetta dovrebbe essere una cosa normale. Per essere autori bisogna avere molta pazienza, e scrivere moltissimo, non facendo i ruffiani. La scrittura viene perfezionata anche dall’esercizio. Le cose che più pagano sono quelle che restano».

A quali autori si è ispirato?
«Apprezzo Vasco Rossi, Fossati, De Gregori. Ma io quando ho voglia di ispirarmi non ascolto musica, leggo libri. Mi piacciono le storie delle persone. La musica è nei libri, non nei dischi. Ogni volta che leggo mi immagino delle colonne sonore. Ora sto leggendo La bastarda di Istanbul, di Elif Shafak, sull’incontro di due generazioni, quella turca e quella armena, cento anni dopo il genocidio. Scrivere musica per film? Mi piacerebbe moltissimo».

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