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Scuola, l'investimento migliore

L’educazione torni al centro dell’istituzione scolastica, ormai distratta da troppe procedure burocratiche

di Davide Imeneo 17/09/2018

Scioperi, contestazioni, precariato, polemiche sull’obbligatorietà dei vaccini, paura per la sicurezza degli edifici (cresciuta dopo la tragedia di Genova), e dati internazionali che mostrano un sistema scolastico italiano 'poco in salute'. Non è certo il miglior biglietto da visita quello con cui si presenta il nuovo anno scolastico che è partito in questi giorni in diverse regioni del nostro Paese e che domani taglierà i nastri di partenza anche in Calabria.

Tra i tanti temi dolenti, quello più infausto – soprattutto per la nostra regione – è quello della dispersione scolastica, che si presenta soprattutto nel passaggio tra medie e superiori. È proprio il Mezzogiorno a far registrare i tassi più alti. Lo ribadisce uno studio dello Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che segnala come al Sud il 18,5% dei ragazzi abbiano abbandonato la scuola dopo aver conseguito al massimo la licenza media, rispetto all’11,3% del Nord e al 10,7% del Centro. Nella nostra regione il dato è cresciuto, e adesso si attesta al 15,7%. Ma perché solo in Italia – e soprattutto nella nostra Calabria – non si è ancora capito che i ragazzi persi dalla scuola e quelli che non arrivano a un livello sufficiente di competenze rappresentano un problema urgente, grave, improcrastinabile? Eppure da anni se ne discute e si indicano possibili soluzioni, ma si continua a sottovalutare la fuga da scuola di un esercito di adolescenti, enfatizzando, invece, altri problemi. Complessivamente, su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano; il 38% dei diplomati e laureati che restano in Calabria non trovano un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. 55 miliardi di euro di formazione buttati via, anche se – come fa notare la pedagogista Santerini dell’Università Cattolica di Milano – il problema principale non sono certo solo le risorse, ma lo spreco di vita, speranza e futuro. Dati dai quali emerge una scuola stanca, con enormi disuguaglianze territoriali, cui non si chiede una seria rendicontazione, nella quale si diluiscono tutti i tentativi di distinguere i livelli di impegno, con insegnanti con un’età media troppo alta, presi di mira da famiglie aggressive che difendono i figli anziché responsabilizzarli.

La proposta al governo è assumere un obiettivo politico chiaro: ridurre considerevolmente entro il 2020 la dispersione scolastica: creare subito una cabina di regia al Ministero, potenziare la formazione professionale, monitorare e favorire l’apertura della scuola nel pomeriggio e in estate, formare gli insegnanti alla comprensione del rapporto tra svantaggio sociale e apprendimento, motivare alla conoscenza nell’era di internet, individuare precocemente i segnali di fragilità, dare attenzione alle reti territoriali di extrascuola – molte del mondo cattolico – che in questi decenni hanno sostenuto i bambini, adolescenti e giovani, specie migranti, e offerto seconde opportunità a chi aveva lasciato la scuola.

L’educazione torni al centro dell’istituzione scolastica, ormai distratta da troppe procedure burocratiche per ottenere fondi o iscrizioni, in competizione per scalare graduatorie di eccellenza, e incartata dentro troppe riforme iniziate... e mai concluse. Chissà quando verificheremo se “l’autonomia scolastica” ha davvero generato i frutti che prometteva. I “presidi” sono evoluti in “dirigenti”, non solo di nome, ma anche di fatto: da intellettuali sono diventati manager, molto spesso di se stessi.

Il tasso di dispersione, ancora elevato, dovrebbe svegliare tutti dal sonno/sogno della “scuola– impresa” e ricondurre sulla strada sensata dell’educazione del cuore, della formazione di talenti. Una via col bilancio sempre in perdita, ma col futuro ricco di opportunità: il migliore investimento possibile.

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