accedi | registrati | 21-10-2018

Il sacerdote: «Lascio Santa Maria del Lume ma la porto con me nel cuore per le belle esperienze»

Don Sgrò: «San Domenico sarà il luogo delle Scritture»

di Francesco Creazzo 23/09/2018

Da Pellaro a San Domenico, dalla periferia al centro per una nuova sfida pastorale. Si potrebbe sintetizzare così la nuova avventura di don Tonino Sgrò che ha servito per 7 anni alla guida della parrocchia della zona Sud e ora approdato nel santuario domenicano.

Don Tonino, lei andrà a reggere la parrocchia di San Domenico, una parrocchia del centro, profondamente diversa da quella di Pellaro. Quali sono le principali sfide per il futuro? Quali i punti cardine del suo agire pastorale?

La sfida, dal centro alle periferie, è sempre quella di una nuova evangelizzazione che possa animare un contesto dominato dalla scristianizzazione e dall’indifferenza religiosa crescenti. Il mio agire pastorale sarà fondato sull’ascolto delle persone, l’apostolato biblico, il discernimento comunitario e la conoscenza del territorio.

A Pellaro ha passato 7 anni, che ricordi porta con sé? Quali i momenti più belli?

Lì ho lasciato il cuore, come credo ogni parroco che si congeda da una comunità per abbracciarne un’altra. I momenti belli sono stati davvero tanti. Ne sottolineo alcuni: l’apertura della nuova chiesa nel 2015, la missione popolare nel 2016, le celebrazioni del Triduo pasquale, i campi scuola con i ragazzi, la vitalità delle associazioni, le adorazioni in spiaggia, il cammino con i fidanzati e i cresimandi. Dopo un’esperienza così ricca come quella di Pellaro, sembrerebbe che il cuore non abbia più spazio per accogliere altri figli e fratelli; in realtà, poiché il pastore è chiamato ad amare col cuore stesso di Cristo, è proprio l’appartenenza a Lui che permetterà di ripartire con lo stesso entusiasmo e la disponibilità vissuti a Pellaro.

Nel territorio della sua nuova parrocchia c’è anche il monastero di Sales. Un polmone di spiritualità da valorizzare...

Non solo, anche il convento di San Domenico potrebbe diventare un polmone spirituale, soprattutto per quanti desiderano approfondire la Sacra scrittura e sostare in adorazione eucaristica.

Il centro della città è un territorio “liquido”: moltissimi fedeli scelgono la parrocchia indipendentemente dalla residenza. Serve “ri–territorializzare” le parrocchie?

Più che la dispersione dei fedeli, mi preoccupa la dispersione delle energie. Mi spiego. Tenendo ben ferma la prerogativa di ogni parrocchia di configurarsi come comunità di vita, è chiaro che un parroco e la sua comunità non possono fare tutto. Sarebbe perciò interessante se le varie parrocchie si “specializzassero” in un ambito pastorale particolare, in cui i fedeli sanno di trovare un’offerta specifica che di volta in volta può tornare utile. Ad esempio, San Giorgio sarà la chiesa degli artisti; San Paolo potrebbe diventare la chiesa delle radici cristiane; la Candelora, ove operò padre Catanoso, la chiesa dei santi locali e così via.

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