accedi | registrati | 21-10-2018

Il colloquio con il sacerdote in occasione di una tappa importante della sua vita

Don Pippo Curatola, mezzo secolo di servizio

di Davide Imeneo 30/09/2018

Ha festeggiato i suoi cinquant’anni di sacerdozio. Monsignor Curatola, per tutti – e specialmente per i lettori de L’Avvenire di Calabria – semplicemente don Pippo, ha voluto rilasciarci qualche confidenza sul suo cammino di sequela e servizio.

Hai scelto di celebrare il giubileo sacerdotale ritirandoti tutto il giorno in un Eremo. Quale il grazie più grande sgorgato dal tuo cuore?
Grazie a Gesù perché mi ha scelto. E il fatto di essere stato ordinato il 21 Settembre, quel giorno del ‘68, sabato delle Quattro Tempora, ma sempre festa di San Matteo, spiega come Gesù non sia venuto per i giusti, ma per i peccatori. Mi ha chiamato 50 anni fa e mi chiama ogni giorno nonostante le mie fragilità. Festeggiare i 50 anni significa ritornare con la memoria a “quel giorno” in cui l’arcivescovo Ferro impose le mani sul tuo capo e pronunciò la preghiera consacratoria.
 
Come ti immaginavi il ministero sacerdotale allora?
Me lo immaginavo come in quel giorno memorabile monsignor Ferro alla fine del rito dell’Ordinazione me lo spiegò con poche indimenticabili parole, facendomi avvicinare a lui seduto davanti all’altare. Mi disse: “Pippo, ricordati che hai le mani legate; ciò significa che sei Suo per sempre; e che devi ogni giorno fasciare le ferite della gente”. Così l’ho immaginato dall’inizio il mio sacerdozio, così nonostante i miei limiti l’ho vissuto e lo vivrò fino all’ultimo respiro. Hai avuto il privilegio di stare accanto al vescovo Ferro.
 
Cosa ti è rimasto impresso di lui?
Un mondo di ricordi, sia del suo ministero attivo, sia del suo silenzio da emerito nel Seminario, dove con me Rettore ha vissuto gli ultimi 9 anni della sua vita. Ci vedevamo più volH te tutti i giorni. Gli stavo accanto quando celebrava nella sua stanza e quando la domenica veniva in Cappella per concelebrare con me, avvolto dalla sola stola, seduto sulla carrozzella. La gente lo ha amato all’inverosimile non solo perchè dava tutto ai poveri, stava accanto ai malati, aiutava i bisognosi, andava a trovare i preti nelle loro chiese continuamente, ma soprattutto per un motivo preciso: chi si avvicinava a lui “sentiva” la presenza di Dio. In Ferro c’era Dio, che ti aspettava, che ti parlava, che ti abbracciava.
 
Raccontaci il primo giorno in parrocchia: con quali speranze e sentimenti ti sei incamminato verso la prima comunità parrocchiale?
La mia prima comunità parrocchiale fu la Cattolica dei Greci, dove trascorsi prima 7 anni da dittereo e, dopo, 14 anni da protopapa. Entrando lì giovanissimo avvertivo un certo timore nel rapportarmi con le ragazze. Ma alcune di loro della mia stessa età – che lo capirono benissimo – mi vennero in aiuto. Mi si accostarono come sorelle e piccole mamme e mi aiutarono a sentirle figlie. Così il mio rapporto con loro e con tutti crebbe quotidianamente nella paternità soprattutto verso innumerevoli ragazzi e giovani che diventarono il cuore pulsante della parrocchia. Il Seminario. Lo hai “rifondato” insieme a monsignor Mondello. Come raccontare l’entusiamo di quegli anni? Io fui in seminario – allora era solo ginnasio– liceo, ma per l’intera Calabria – prima che monsignor Mondello arrivasse. Arrivato, mi svelò subito il suo sogno: realizzare il teologico, ma mi parlò pure di tante difficoltà. La riuscita si deve alla sua straordinaria tenacia e un po’ al mio sostegno; tanti sacerdoti amici mi telefonavano dalla Calabria intera perchè il sogno di Mondello svanisse; e dopo un po’ mi dicevano adirati: “Pippo, ma tu stai con lui? Non capisci che questo dividerà la Calabria?”. “No – concludevo io – non la dividerà, l’arricchirà”. E così è stato. E come, inoltre, non ricordare di quei miei anni le due visite di Papa Woityla (all’84 e all’88), che in Seminario si è fermato vivendo quei giorni come uno di noi? Quanti ricordi, ahimé, quanti ricordi.
 

Scilla è uno dei luoghi più belli del mondo...in che modo ti ha arricchito l'esperienza pastorale maturata nella Costa Viola?

Scilla credo sia la Parrocchia più bella dell’intera diocesi reggina. Io dopo 5 anni vissuti lì da arciprete, me ne dovetti andare per diventare rettore in Seminario. Non volevo, ma mons. Sorrentino mi supplicò e mi fece supplcare soprattutto da don Italo e da mons. Zoccali, finchè riuscirono a convincermi. Lasciai quella Parrocchia piangendo io e tutti gli scillesi. Scilla era una famiglia, meravigliosa, unica: la mia casa era aperta a tutti; e ogni loro casa era la mia casa. Ricordo un primo venerdì del mese, quando andavo a piedi da circa 30-40 famiglie per la comunione ai malati: salivo in fretta da Chianalea verso piazza san Rocco e, pur se giovane, mi stancavo. E quella volta dissi a Gesù (che avevo con me nelle Ostie consacrate): Gesù io porto Te, ma sei Tu che porti me. E mi sentii più libero, veloce… Scilla, sei sempre nel mio cuore…


E, dulcis in fundo, il settimanale diocesano. Evangelizzare la Parola attraverso le parole, una sfida che ha attraversato 34 anni del tuo ministero sacerdotale...
Il giornale era una fatica: solo di pensare, scegliere, decidere, rapportarsi con tutti, ma anche quella di dover andare avanti–indietro in tipografia per controllare, correggere, dare il via alla fine. Ma, devo essere onesto, al di là della fatica, la cosa più bella per me è stato “sentire” la vicinanza dei lettori. Conservo ancora una miriade di lettere che mi mandavano. E quando io scrivevo, era come se “parlassi” a ognuno di loro. La Parola mi bruciava dentro e la offrivo.
 
Prima di concludere, ci vuoi dire quali sono, in questo momento, i pensieri del viandante?
Il viandante stavolta sono io e non posso dimenticare di aver incrociato un viandante speciale proprio nel giorno della mia prima messa, quello dopo l’ordinazione: padre Pio da Pietralcina. Quel giorrno, 22 Settembre del ’68, alla stessa ora, io celebravo la mia prima messa e padre Pio la sua ultim. Quando lo seppi, il 23 mattina, mi sentii trafitto, sia per il dolore del suo addio, sia per l’abisso di santità tra lui e me. Oggi, da viandante sento di essere ogni giorno più vicino alla “meta”. E un inesorabile timore si abbraccia ad una limpida gioia; perché avverto che, alla fine, il Viandante incarnato, che siede ora alla destra del Padre, si fermerà a chiedermi di raccontargli tutto: non solo quante volte ho peccato, ma soprattutto quante volte ho perdonato e amato.

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