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Sono passati cinquant’anni da quando la chiesa di San Francesco a Sbarre è stata eretta a parrocchia

San Francesco, quei ricordi che allenano alla gratitudine

Nei giovani tanta voglia di vivere dei momenti di comunità»

di Francesco Creazzo 08/10/2018

Era il primo gennaio del 1968 quando l’allora arcivescovo, monsignor Giovanni Ferro, elevava a parrocchia lo storico convento dei frati fancescani nel quartiere di Sbarre. Sono passati cinquant’anni e il parroco di oggi, padre Pasquale Comito, ha organizzato un doppio percorso, spirituale e ricreativo, per rivivere il primo mezzo secolo di storia della comunità.

Cinquant’anni in cui i frati hanno saputo aprirsi alla comunità e coinvolgere i giovani.

Sì, i frati veneti che iniziamente reggevano la parrocchia si sono adoperati per dare un impulso spirituale a questo territorio, cercando di coinvolgere la gioventù fondando il gruppo Agesci, utilizzando varie attività ricreative come il teatro, Radio San Francesco e molte altre. Quindi, attraverso il linguaggio giovanile, hanno saputo annunciare il Vangelo di Gesù Cristo.

Tante le iniziative per ripercorrere quegli anni. Qual è l’idea di fondo dietro queste celebrazioni?

Sicuramente vogliamo fare memoria, senza però ricadere in quella nostalgia sterile che fa soltanto pensare ai «tempi che furono e che non torneranno mai più». Piuttosto si tratta di rivivere dei momenti, dei percorsi per generare un senso di gratitudine. Ringraziare il Signore per ciò che abbiamo vissuto, per le persone che abbiamo incontrato: coppie che hanno trovato qui l’inizio del proprio matrimonio, anche alcune vocazioni nate proprio in seno a questa comunità. Dalla gratitudine si passa poi alla benedizione, a benedire, con animo grato, tutte le persone che abbiamo incontrato nella nostra vita. Ecco ilo perché del “rilancio” della Radio, della mostra fotografica…

Nei ’70 il “social network” dei ragazzi era l’oratorio, forse era più facile fare comunione. Oggi i ragazzi hanno ancora voglia di essere coivolti?

Senza dubbio! C’è tanta voglia in loro di vivere dei momenti di comunità: io l’ho sperimentato quest’estate partecipando al campo scout. I loro volti parlano, c’è la gioia del condividere, dello stare insieme, di scoprire la parte migliore di sé e metterla a disposizione dell’altro. È vero che, oggi, è necessario creare queste occasioni, stimolare il ragazzo, risvegliare in lui il desiderio della comunione. D’altronde, cosa sono i social network se non vetrine dalle quali ciascuno grida la propria esistenza, il proprio bisogno di essere amato?

Da frati francescani, come fate a conciliare la vostra vocazione monastica e contemplativa con la necessità di essere “connessi” e attivi per stare accanto ai giovani?

Devo essere sincero, non è facile realizzare contemporaneamente la chiamata alla vita di orazione e l’annuncio del Vangelo, che passa per il contatto con l’altro e, quindi, l’attività continua. Entrambe però ci sono richieste esplicitamente dal nostro fondatore. A volte, come religiosi, corriamo il rischio di cadere nell’attivismo. Per me, fermarmi un attimo e dedicarmi all’intimità con il Signore, è un modo per volermi bene. Quando trascuro questi momenti, la mia vita si appesantisce. In fondo Gesù ha chiamato i discepoli perché «stessero con Lui». Bisogna ricordarsene, bisogna trovare il tempo per «stare» con Lui, altrimenti è impossibile dare la propria attenzione all’altro.

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