accedi | registrati | 19-12-2018

All’interno della parrocchia cittadina le suore e i padri Scalabriniani gestiscono il Centro dedicato alla cura e all’assistenza dei profughi

Sant’Agostino, luogo di ascolto e accoglienza

di Francesco Creazzo 18/10/2018

Quando entriamo nei locali parrocchiali, è il signor Pasquale, uno dei volontari, ad accoglierci e guidarci: in attesa del parroco ci spiega, con la voce alta per l’orgoglio e l’entusiasmo, chi era il Beato Scalabrini, in cosa consistono le attività del Centro d’Ascolto a lui dedicato nella parrocchia di Sant’Agostino, quanta storia e quanta fatica c’è nell’austero ma colorato salone parrocchiale. Un entusiasmo condiviso e reso operativo dal parroco, padre Gabriele Bentoglio, già sottosegretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e postulatore generale dei missionari scalabriniani, una vita spesa a favore dei migranti. E anche a Reggio, continuando il lavoro avviato dalla Caritas Diocesana e dalla parrocchia già dal 2012 con l’apertura del Centro d’ascolto, la sua missione a favore di chi vive e lavora in una terra straniera è continuata senza sosta.

I servizi del centro vanno dalla distribuzione degli alimenti, all’ascolto e all’aiuto concreto con i problemi di tutti i giorni, al doposcuola per i ragazzi, alla scuola mattutina d’italiano per adulti, al supporto psicologico fino a quello legale, curato dall’avvocato Francesco Nucara.

Un’assistenza a tutto tondo, finalizzata all’accoglienza e con un obiettivo cardine: l’integrazione.

«La necessità di creare una società interculturale – spiega il sacerdote – è sempre più sotto gli occhi di tutti. Sarà credo la caratteristica di questo secolo e forse anche di questo millennio. Grazie anche all’informatica, alla tecnologia, il mondo è diventato più piccolo ed è più facile anche lo spostamento. È perciò indispensabile creare una mentalità che veda nell’accoglienza, nello scambio reciproco tra diversità culturali, sociali e religiose non una minaccia, ma piuttosto un arricchimento che non è sempre facile vedere perché, dal punto di vista della politica, la eccessiva sottolineatura sulle questioni di sicurezza, non ci fanno vedere nell’altro un portatore di umanità, di valori, ma uno da cui difenderci con sospetto, con diffidenza». «Volenti o nolenti – sostiene padre Gabriele – l’immigrazione è una realtà. Tocca a noi farne non una minaccia ma un elemento di positività».

In altre parole, non è utile disquisire sull’opportunità o meno di migrare, ma evitare tragedie sociali attraverso un’integrazione che non sia inculturazione. È per questo che la parrocchia di Sant’Agostino è da decenni il riferimento di moltissime comunità straniere della città: innanzitutto quella filippina – forse la più “antica”, che vanta una presenza stabile da oltre quarant’anni in riva allo Stretto – ma anche quella copta ortodossa e molte altre.

Un’attenzione che si concreta nelle attività del centro d’ascolto “Scalabrini”, dove ogni giorno decine di volontari dedicano il proprio tempo e le proprie energie a rispondere ai bisogni materiali, spirituali, psicologici e culturali dei migranti. Gli ospiti passano da una segreteria che li accoglie e “filtra” le richieste, per poi indicare alla persona il volontario appropriato a fornirgli aiuto.

Le richieste più frequenti, oltre a quelle materiali, sono legate alla burocrazia e alla regolarità dei documenti di soggiorno. Ma, assicurano i volontari, il punto centrale è la creazione di una relazione, l’accompagnamento delle persone nel proprio percorso di vita.

«La paura del diverso nasce – spiega padre Gabriele Bentoglio –quando l’identità è fragile, quando non ci sono più valori, quando abbiamo perso punti di riferimento. Chi arriva qui, invece, ha solidi punti di riferimento culturali, gli stessi che noi stiamo perdendo. Io credo che, dal punto di vista della società europea, le migrazioni ci mettono a confronto con una realizzazionedi avere un’identità che si sta affievolendo, forse anche spegnendo. È un richiamo a rafforzare un’identità che possa dialogare con altre identità e, in questo aspetto, io credo che qui da noi ci possa essere il banco di prova per una nuova intercultura, per uno scambio più proficuo e più positivo per tutta l’umanità».

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