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Aborto e coscienza, l'inaccettabile domanda

Il tema dell’aborto è riaffiorato con toni polemici, irrispettose approssimazioni e pericolose strumentalizzazioni di carattere politico e ideologico

di Davide Imeneo 22/10/2018

Da quando il Consiglio comunale di Verona ha approvato a maggioranza la mozione che vuole la città «a favore della vita» e papa Francesco ha stigmatizzato «la soppressione della vita umana nel grembo materno», il tema dell’aborto è riaffiorato in superficie e affolla le bacheche dei Social Network, affrontato, eccetto rari casi, con toni polemici, irrispettose approssimazioni e pericolose strumentalizzazioni di carattere politico e ideologico. Come nel caso della mozione approvata il 4 ottobre scorso nel capoluogo veneto, anche con il voto della capogruppo del Partito democratico, Carla Padovani. Il testo approvato non aggiunge nulla di nuovo alla disciplina dell’aborto ma, semplicemente, ripropone il primo articolo della legge 194 del 22 maggio 1978: «Lo Stato garantisce la procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria di gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze promuovono e sviluppano servizi sociosanitari, nonché iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In sintesi, la mozione del Consiglio comunale di Verona non ha chiesto l’abrogazione della legge 194, ma semplicemente un aiuto al volontariato che difende la vita. Il capogruppo Pd, a causa del suo voto favorevole, è finita nella bufera ed è stata attaccata da una gran parte degli esponenti del suo partito, a cominciare dal segretario Maurizio Martina. La Padovani ha provato a motivare la sua scelta: «si è trattato di un fatto di coscienza», ma politica e coscienza sembrano non dover dialogare, stando ad alcune dichiarazioni di esponenti del partito democratico, che hanno pure chiesto le dimissioni della capogruppo.

Altrettanto agguerrite sono state le considerazioni sulle parole di papa Francesco che ha improntato la catechesi di mercoledì 10 ottobre sul quinto comandamento: non uccidere. «Un comandamento, ha dichiarato Bergoglio, che con la sua formulazione concisa e categorica, si erge come una muraglia a difesa del valore basilare nei rapporti umani: il valore della vita », spesso «aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l’uomo, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto… Questo è disprezzare la vita, cioè, in qualche modo, uccidere». Si disprezza la vita, ha poi precisato il Papa con esplicito riferimento all’aborto, quando lo si applica «in nome della salvaguardia di altri diritti. Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema».

La mentalità che papa Francesco vuole stigmatizzare è – nuovamente – quella della cultura dello scarto. I bambini non ancora nati sono stati chiamati da Santa Madre Teresa di Calcutta i «più poveri tra i poveri», ma per molti non sono considerati come persone. Lo si comprende da quella inaccettabile domanda che alcuni medici rivolgono alle coppie dopo l’esame che diagnostica la Trisomia 21 (Sindrome di Down): «Ma lo volete tenere?». Così la persona diventa un pacco da sostituire, come un acquisto difettoso su Amazon che va restituito al mittente.

Chiedere a un genitore di farsi carico della responsabilità di non tenere un figlio è una crudeltà, come l’idea di poter scegliere per la vita di un altro. Occorre dunque coscienza, sensibilità e umanità per evitare di diventare sicari dei più deboli.

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