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Crescono anche le dipendenze da smartphone videogiochi e social network: sale il numero dei ragazzi in difficoltà

I nuovi poveri? Sono i giovani

di Lidia Caracciolo 07/11/2018

Millennials, giovani Neet, Generazione Z: sono tutte parole ed espressioni spesso utilizzate quando si cerca di descrivere l’attuale realtà giovanile. Ma si rischia di parlare per categorie, e in questo momento è importante ripartire dalle persone: storie, volti, sguardi che possono raccontarci quali sono le nuove povertà legate a questo tempo.

Giuseppe, ad esempio, è un millennial, nato tra il 1981 e il 1995, che è riuscito a definirsi nel mondo sociale e lavorativo, assumendo ruoli di responsabilità nella sua città.

È una persona a cui altri giovani si ispirano per cercare di concretizzare il proprio sogno: «Se lui ce l’ha fatta – pensano – posso provarci!». Fa parte di quegli adulti che hanno un lavoro e una famiglia, una situazione apparentemente definita, ma che ha la percezione di un futuro incerto. Marco è un giovane neet – not (engaged) in education, employment or training, ossia non impegnato nello studio, nel lavoro o nell’apprendistato – e rientra tra quelle persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione. È in perenne ricerca di un’indipendenza economica, ma con una motivazione molto bassa. Ha fatto tanti lavori e non ha mai approfondito i suoi interessi.

I suoi ritmi di vita sono dilatati: vive all’interno della famiglia di origine e non ha una prospettiva di autorealizzazione a breve termine.

Sabrina è una nativa digitale, nata tra il 1995 e il 2010. Fa parte della cosiddetta Generazione Z, cresciuta tra smartphone, tablet e schermi al plasma. La sua è una vita «piena di cose». È esperta di selfie, di canali youtube e spesso comunica i suoi “stati” attraverso i social. Se vuole conoscere qualcosa, con facilità si affida ad internet al quale si connette tramite il suo onnipresente smartphone.

Apparentemente sembra mettere in atto il multitasking: fa almeno tre cose insieme, però la sua soglia di attenzione è molto bassa. È iperconnessa, ma nonostante questo comunica noia e ha poche relazioni autentiche con i suoi coetanei.

Questi sono soltanto semplici e sintetici – ma reali – esempi delle storie di tre persone che fanno parte dell’attuale mondo giovanile (che ormai si spinge fino ai 35 anni di età). Pochi cenni di vita «comuni» a tanti coetanei, che però guardate con maggiore attenzione, portano in sé un segno che può differenziarle da tutte le altre: la dipendenza.

Giuseppe ha una dipendenza da cocaina, la sua tensione per un futuro economicamente incerto lo ha portato a credere di dover aumentare i propri risultati per raggiungere una migliore posizione sociale. Aumenta lo stress da prestazione, rafforza l’immagine di un uomo che ha bisogno di nessuno per raggiungere i suoi obiettivi, diminuisce la capacità di chiedere aiuto e le relazioni si impoveriscono, facendo spazio alla dimensione della solitudine che nel tempo gli fa perdere il lavoro.

Marco abusa in modo discontinuo di cannabis. Nella sua profonda insoddisfazione, trascorre molto tempo connesso ad internet, prova tutti i circuiti legati alle piattaforme per la richiesta di lavoro, ma nel contempo ci crede poco, anzi «tenta la fortuna» con gratta e vinci e scommesse on line, tanto da sviluppare una dipendenza da gioco d’azzardo.

Sabrina frequenta un istituto tecnico; con alcuni suoi compagni fuma cannabis e ha dei comportamenti a rischio che spesso l’hanno vista richiamata dalle forze dell’ordine, anche in presenza dei genitori. Storie apparentemente diverse che però possiamo far rientrare nel concetto di “nuovi poveri”.

E quando si parla di povertà, il fattore economico non è l’unico da prendere in esame, benché molto diffuso come problema.

Nel Rapporto 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, redatto da Caritas italiana, gli esperti rilevano che siamo il terzo paese dell’Unione ad aver incrementato il numero dei giovani in difficoltà, che dal 2010 al 2015 sono passati da poco più di 700mila a quasi 1 milione. In Italia, oggi, un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena un giovane su 50.

In soli dieci anni l’incidenza della povertà tra i giovani (18– 34) è passata dall’1,9% al 10,4%.

Accanto alle questioni di ordine materiale ed economico, i giovani – e ancor più gli adolescenti – in un momento di importanti trasformazioni fisiche e psichiche, possono essere toccati anche da altre forme di vulnerabilità. Nella relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, appare chiaro che proprio la fascia 15–34 anni è protagonista indiscussa dell’utilizzo di sostanze psicoattive illegali. Tra queste cresce l’utilizzo delle sostanze reperite via internet, soprattutto dagli adolescenti che non hanno percezione chiara del rischio che incorrono. Cerco, acquisto, consumo. Tutto in un click.

È il ritratto di tanti giovani che crescono nella marginalità sociale, senza una rete valoriale e il supporto di adulti responsabili (famiglia, docenti, educatori). Non si considerano come i “vecchi tossicodipendenti”, tanto da mandare in crisi anche il sistema di cura che è ancora centrato su modelli obsoleti di consumo di sostanze stupefacenti. La povertà di valori che investe i giovani in tutte le realtà che non offrono loro uno spazio da protagonisti nel presente, è certamente una condizione che apre la strada alla facile ricerca di surrogati della speranza.

Gli ultimi tragici episodi che sono balzati agli onori delle cronache italiane, come quello legato alla tragica morte di Desirée Mariottini nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, sono solo l’epilogo di una storia che ha alla base il fallimento di un’intera società. I giovani che vivono oggi un problema legato alle dipendenze sono stati prima ragazzi che hanno vissuto situazioni di disagio (in famiglia, a scuola, eccetera) da cui nessuno ha saputo farli uscire. È fondamentale quindi l’impegno educativo degli adulti che va sempre più orientato all’accompagnamento delle nuove generazioni, con un atteggiamento responsabile che faciliti l’autodeterminazione di ciascun individuo in formazione.

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