accedi | registrati | 15-11-2018

Oltre gli stereotipi sull'aborto: resistenza e coscienza

Non ci aspettavamo che, nell’arco di dieci giorni, altre tre coppie sarebbero venute a bussare alla porta della nostra redazione per raccontarci episodi analoghi

di Davide Imeneo 08/11/2018

Sul numero de L’Avvenire di Calabria uscito il 21 ottobre, proprio da questo spazio in prima pagina, raccontavamo la storia di una coppia che, durante una visita ginecologica, aveva scoperto che il figlio atteso avrebbe potuto avere la Trisomia 21, nota anche come Sindrome di Down. La denuncia di quei genitori era dovuta all’insensibilità con la quale il medico comunicava loro che quel piccolo ancora in grembo, avrebbe potuto essere scartato. «Ma lo volete tenere?». Questa inaccettabile domanda, quasi un’invasione di campo nella sacralità genitoriale, ha fatto inorridire i due giovani che hanno voluto raccontarci la loro storia.

Non ci aspettavamo che, nell’arco di dieci giorni, altre tre coppie sarebbero venute a bussare alla porta della nostra redazione per raccontarci episodi analoghi, anzi, credo peggiori. Tra tutte le storie, quella più toccante: due coniugi disabili, durante una visita dal ginecologo in cui sono emersi dei problemi, si sono sentiti dire: «Ma voi siete disabili, volevate avere pure un figlio?». Quel figlio che, insieme a loro, ha partecipato alla nostra intervista, correndo, giocando e scorrazzando come i suoi coetanei.

Abbiamo ascoltato storie – anche a questo serve un Settimanale diocesano – di gente che ha sofferto ma ha vinto perché ha resistito ai cliché e ai pregiudizi. Una resistenza che segna un atteggiamento controcorrente, alternativo, rivoluzionario e soprattutto evangelico. «Non spegnerà la fiamma smorta», così con testarda tenacia i nostri “ospiti” hanno portato avanti gravidanze giudicate inutili, folli e impossibili. Lottando con quelle che loro stessi hanno definito «macellerie di bambini», dove un feto si butta «con una pillola e via». A volte, i medici diventano mostri. Eppure la cosiddetta legge sull’aborto «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio». Ma questa tutela poi si infrange con l’insensibilità di chi dovrebbe – per primo – attuarla.

Cresce, così, una mentalità abortista, che invade il tessuto sociale delle nostre frequentazioni, anche di quelle vissute tra i giovani e i giovanissimi all’interno delle parrocchie. Tra coloro che hanno bussato alla porta della nostra redazione, c’è stato anche un sacerdote reggino che ha evitato un aborto (la storia a pagina 7). Le parrocchie svolgono un ruolo fondamentale, in cui è possibile confrontarsi prima di scegliere, e dove si può salvare una vita. Ecco perché è importante che educatori e operatori pastorali siano formati su temi così sensibili, affinché sappiano risvegliare le coscienze di chi è intorpidito dalla paura o dalla solitudine.

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