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Abbiamo chiesto ad alcuni stakeholders la propria opinione: questo è il turno di Edoardo Lamberdi Castronuovo

DIRITTI UMANI. Lamberti: «Disuguaglianze inconcepibili»

di Edoardo Lamberti Castronuovo 29/11/2018

Il 10 dicembre prossimo saranno trascorsi 70 anni dalla Dichiarazione universale dei Diritti umani. Non è una legge, ma una linea guida per tutti i Paesi del mondo a tutela delle fondamentali prerogative dell’uomo, chiunque esso sia, ovunque sia nato, qualunque sia il suo status.

Orbene, anche se non ha i crismi di un dettato legislativo, non v’è dubbio alcuno – ahinoi – che non esiste norma più inattuata e non rispettata di questa carta fondamentale. Oggi, più che mai.

Cercherò di tracciare con estrema semplicità ed umiltà il panorama sottoposto ai nostri occhi, indicando quali possano essere le criticità e soprattutto il modo per aggirarle e vincerle. Sia pure nel nostro piccolo ,abbiamo delle responsabilità come singoli e come comunità.

Il fatto stesso che si sia reso necessario il prendere coscienza dell’esigenza di darsi regole per la tutela della dignità umana, perchè di questo si tratta, la dice lunga sullo stato dell’arte più di mezzo secolo fa. Tuttavia l’esigenza si è fatta maggiormente pressante ai nostri giorni laddove l’uomo è diventato oggetto di controversie politiche, di rivendicazioni, di prevaricazioni.

Eppure i diritti dell’uomo discendono dal suo essere tale.

Convintamente cattolico sottolineo di buon grado la netta presa di posizione della Chiesa che unisce la difesa della persona sia in campo materiale che spirituale. Imprescindibile assunto.

Analizziamo. Il Codice penale definisce con chiarezza in tutti i Paesi quali siano i reati perseguibili e ne determina le pene in caso di condanna. Rubi, vai in galera. Se il codice si fermasse alla semplice enunciazione del reato senza prevedere la pena, sarebbe difficile arginarlo. Etica e morale a parte. La Dichiarazione universale dei Diritti umani è come un codice penale che non prevede le pene. Non poteva essere altrimenti. Resta dunque una linea guida con condanne morali che però non prevedono l’elusione delle norme–consigli contenute.

Mi spiego. Il principio fondamentale su cui si basa la Dichiarazione cosi come la Dottrina sociale della Chiesa è la difesa del diritto alla vita. Giusto.

La intendiamo laicamente dalla nascita e cattolicamente fin dal suo concepimento. Ma prima?

Senza fare processi alle intenzioni non è forse oggi denegato il diritto alla serena procreazione?

Quanti lacci e lacciuoli la società impone ad una giovane coppia che, peraltro in ossequio all’articolo16 della Dichiarazione, vuole sposarsi e fondare una famiglia? Senza lavoro, senza casa e senza alcun aiuto concreto, come si può responsabilmente pensare ad una nuova vita? Non è forse vero che dall’Unita d’Italia ad oggi l’incremento demografico è via via sempre scemato fino a raggiungere livelli di guardia in questi ultimi anni?

Dunque, la libertà dell’uomo va anche intesa nel diritto di nascere. Un diritto denegato a molti.

Sia pure vecchia di settanta anni, la dichiarazione, recepita dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica, sembrerebbe scritta oggi.

Se dovessimo compendiarla in una sola parola, utilizzeremmo certamente «libertà». Ma nonostante gli annunci, il bene più prezioso che caratterizza l’uomo che nasce libero di fatto, è sempre meno rispettato e tangibile. L’evoluzione dei tempi, lungi dall’aumentarlo, lo ha ristretto sempre più sottoponendolo ad una sorta di tiro alla fune tra il singolo e la comunità. L’irreale esigenza di sottoporre tutti a controlli palesi ed occulti, limita il principio base. Oggi tutta la nostra vita è tracciata, qualunque cosa facciamo, con chiunque interagiamo, anche se il nostro comportamento è integerrimo.

Tant’è che spesso ci troviamo a dover giustificare un qualcosa che non ha alcuna rilevanza se non strumentalmente utilizzato.

Eppure il diritto alla privacy, prima ancora che dalle leggi dello Stato, è previsto nel documento universale, precisamente all’articolo 12.

Se la Chiesa, mai discostatasi nei Secoli dalla difesa dei diritti dell’Uomo, ha ritenuto di doverli ribadire, facendoli discendere non già dalla volontà degli uomini, né dello Stato, né dei poteri pubblici, ma direttamente dal Creatore, sarebbe una conquista, sinergia tra fede e ragione, il mantenere saldi i principi enunciati, facendoli diventare ispiratori veri delle leggi che regolano il vivere sociale. A questo si deve tendere.

Apportando quei correttivi che vedono oggi notevoli discrasie. Il compito è della politica. Una volta tanto segua la Chiesa. Cosi tutti saremo uguali di fronte alla legge (articolo 7), e non lo siamo, tutti potremo fissare dimora ovunque nel mondo (articoli 13 e 14), prevarrebbe la presunzione di innocenza (articolo 11) e invece basta un avviso di garanzia per condannare. Finirebbero le discriminazioni religiose (articolo 18) e sarebbe garantita la sicurezza sociale (articolo 22) vista come elemento indispensabile legato alla cultura, all’economia, alla socialità. Ma su tutti spicca quel diritto al lavoro (articolo 23) che non viene visto come mero sostentamento materiale, ma come elemento sacrosanto di difesa della dignità. Da esso dipende l’equilibrio psico–fisico e la piena libertà di agire. Non di solo pane, vive l’uomo.

* docente di Etica della comunicazione Università “Dante Alighieri”

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