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Decreto Sicurezza, c’è rischio concreto di contaminazione: all’articolo 37 si «liberalizza» la vendita ai privati

Beni confiscati all’asta: prestanome in agguato

di Federico Minniti 05/12/2018

Decreto Sicurezza, luci e ombre sulle misure «antimafia». La “vittoria” parlamentare del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, infatti contiene alcune novità, soprattutto, nel merito della gestione dei beni confiscati.

La svolta autoritaria del contrasto alle mafie, di cui – oggi – la ‘ndrangheta conserva il triste primato, prevede un «notevole incremento della spesa e degli uomini che combattono la mafia e che gestiscono i beni confiscati alle cosche mafiose in tutta Italia», come si legge nel testo approvato, col voto di fiducia, alla Camera con 336 sì e 249 no. La lotta alla criminalità organizzato trova spazio soltanto nell’ultima parte dei 40 articoli che saranno presto pubblicati in Gazzetta Ufficiale, dopo l’ultima valutazione da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dalla parte del governo penta–leghista c’è l’importanza dei numeri, come quello del piano straordinario delle assunzioni tra le forze dell’Ordine: «2.500 poliziotti», annuncia il ministro dell’Interno.

Controllo capillare del territorio, quindi, tra le note dell’agenda politica. Ma non solo: il Decreto Sicurezza prova a entrare nel ginepraio degli scioglimenti per mafia degli Enti locali, specificando come sia prerogativa dei prefetti quella di poter commissariare anche «soltanto specifici settori delle amministrazione» in caso di «condotte illecite o eventi criminali che provochino un’alterazione delle procedure e tali da compromettere il buon andamento e l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali». Fin quì le note positive del provvedimento legislativo che invece presenta non poche ombre rispetto alla «riorganizzazione del sistema di gestione dei beni confiscati». Ad alzare la tensione nel dibattito è un cartello composto da Acli, Arci, Avviso Pubblico, Centro Studi “Pio La Torre”, Legambiente, Libera, Cgil e Uil. Il nodo della vicenda è rappresentato dalla possibilità, introdotta dal Decreto Sicurezza, di «liberalizzare la vendita dei beni sequestrati ai mafiosi anche ai privati», come recita l’articolo 37 della legge recentemente approvata dal Parlamento.

Se questa misura potrebbe incentivare, soprattutto nel Nord del Paese, uno sfruttamento economico consistente del patrimonio immobiliare sottratto ai clan, dall’altro canto apre un vulnus per i territori finanziariamente depressi come tante regioni del Mezzogiorno. Un rischio, è vero.

Ma «liberalizzare» l’acquisto dei beni confiscati alla ‘ndrangheta a privati facoltosi in Calabria, a esempio, lascia più di un legittimo dubbio come evidenzia anche Antonio Maria Mira, caporedattore di Avvenire sul quotidiano dei cattolici italiani: «C’è la concreta preoccupazione che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati (chi in certe zone avrà il coraggio di partecipare all’asta per la villa del boss locale?), ma che l’acquisto possa essere realizzato da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agiscono formalmente nella legalità, ma in realtà operano per il riciclaggio del denaro sporco. Alcune inchieste giudiziarie hanno smascherato i tentativi delle mafie di reimpossessarsi dei beni confiscati. Per i mafiosi perdere i beni è una perdita di credibilità, di autorità, di controllo del territorio. Soprattutto se poi vengono utilizzati a fini sociali, dando lavoro pulito ed educando i giovani alla legalità».

La guerra senza quartiere alle mafie, quindi, è intesa esclusivamente sotto il profilo del contrasto «militare» all’occupazione dei territori da parte della criminalità organizzata. Nessuna menzione sulle interdittive antimafia, né sul contrasto al dilagare dei centri dove l’azzardo (e quindi le mafie) sono di casa. Un passo indietro, invece, su come convertire il sequestro e la confisca del patrimonio mafioso a favore della collettività. Questo sembra essere ancora un orizzonte alquanto difficile da raggiungere, soprattutto laddove non si pongano delle concrete (e serie) contromisure etiche rispetto al ri–utilizzo come, d’altronde, era previsto dalla sempreverde legge Rognoni–La Torre.

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