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Compie un anno Casa Reghellin, che accompagna le madri con i figli verso il futuro

Ridare entusiasmo alla creatività soffocata

di Redazione Web 01/11/2016

di Giusy Zinnarello - Casa Padre Guido Reghellin, il centro di accoglienza che accoglie donne in difficoltà con figli minori, compie il prossimo 27 ottobre, il suo primo anno di attività. L’esperienza è nata dalla collaborazione di due associazioni della nostra città: l’Associazione Zedakà e il Centro Comunitario Agape, non ha altro finanziamento se non l’aiuto concreto di tante persone che condividono le finalità del servizio e che hanno assicurato il loro sostegno economico, per provvedere alla coperture delle spese e tante sono an- che le volontarie che ogni giorno donano tempo e cuore alla casa. Quella di Casa Reghellin è solo una piccola risposta al problema complesso delle donne in difficoltà della nostra città, un «pronto soccorso per le emergenze». Fino ad oggi sono state accolte 17 donne e 5 minori. Le donne accolte hanno tutte alle spalle un vissuto doloroso, piagate e piegate dalla sofferenza, dalle umiliazioni, dalla povertà che spesso diventa indigenza, arrabbiate con la vita, nell’assenza di fiducia e, soprattutto, di speranza sulle possibilità del futuro. C’è una madre con due bambini, di nazionalità straniera, abbandonata dal marito, dopo dieci anni di matrimonio, in un paesino ormai quasi disabitato della ionica, lasciata lì dall’oggi al domani, senza soldi; un’altra donna ancora attende il ritorno dell’unico figlio che all’età di ventiquattro anni è scomparso da casa senza dare più notizie a nessuno; altre donne hanno subito la violenza fisica e psicologica dei loro compagni di vita, seguita, spesso, dall’abbandono di familiari e amici quando hanno avuto il coraggio della denuncia. Tra queste una donna che è rimasta a Casa Reghellin meno di ventiquattro ore, il tempo necessario per organizzare la partenza per la sua città natale in un altro continente che ha lasciato un suo messaggio: «Sono arrivata a Casa Reghellin con tutta la mia vita schiacciata dentro due valigie, le braccia livide e l’anima grigia. Dopo anni spesi a sopravvivere in un matrimonio che ha spento la mia solarità e soffocato la mia creatività e professionalità. Non mi sono sentita capita. Fino a quando non sono arrivata a Casa Reghellin: sono stata ricevuta con un sorriso, durante il primo colloquio finalmente mi sono sentita accolta e, soprattutto, compresa. Mentre organizzavo la partenza ho avuto sempre accanto a me una volontaria che mi ha sostenuta nei momenti di incertezza e di sfiducia. Sono partita l’indomani alle cinque del mattino e lei si è alzata alle quattro per stare con me, abbiamo fatto colazione, chiacchiere sul futuro, un abbraccio sul portone di casa e poi, mentre ero già nel taxi, – conclude – mi ha detto: segui dritta la tua strada».

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