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La visione chiara che manca per potere cambiare il presente

La più grande città della Calabria può accontenarsi di «camminare a passo d’uomo», imbottigliata in una stasi amministrativa che si trascina lentamente da ormai troppi anni?

di Federico Minniti 13/12/2018

Welfare e mobilità sono i settore–chiave affinché la «qualità della vita» non sia meramente un indicatore da tenere presente in occasioni delle pubblicazione de IlSole24ore. Sono passati quattro anni da quando Giuseppe Falcomatà ha stravinto le elezioni amministrative (col sostegno del 61% degli elettori votanti) e ci accingiamo all’ultimo anno di mandato.

A pensar male (e spesso si indovina) siamo già entrati in campagna elettorale, seppur la bagarre per la poltrona di Palazzo San Giorgio non stia accendendo l’opinione pubblica reggina. Ciò che si ricerca, quasi alla fine del mandato di Falcomatà& Co, è quale visione di Città, l’attuale Amministrazione consegnerà alla cittadinanza. Gli annunci, si pensi all’insediamento a Santa Venere, erano improntati su una rinnovata centralità delle periferie nell’agenda pubblica, nonché una vera e propria «svolta» (termine abusato sin dalla campagna elettorale) in termini di legalità, trasparenza e innovazione.

Onestamente, proprio sul principio di «città intelligente», ci aspettavamo di più: un maggiore coraggio nel proporre una ricetta differente per Reggio Calabria e, soprattutto, un’attrattività concreta a cui ancorare le prospettive dei tantissimi giovani che stanno abbandonando i nostri territori. In tal senso, oggettivamente, si aspettava un upgrade dalla Città metropolitana, un ente che – al momento – non sta rispondendo minimamente a quel concetto di «rottura» rispetto al recente passato targato Provincia con l’aggravio di una scelta della classe dirigente che è stata sottratta alla popolazione.

«Visioni metropolitane», può sembrare un film, probabilmente per alcuni suonerà come un’utopia. In realtà è l’unica exit strategy per uscire da un pantano in cui il territorio annaspa da fin troppi anni. Indubbiamente la genesi di tutto questo non è ascrivibile a Falcomatà e i suoi, ma al contempo ciò che servirebbe è mettere da parte le diatribe «di bandiera» per guardare con occhi nuovi ai bisogni emergenti e impellenti di questa Reggio Calabria, quella che abbiamo provato a descrivere nel dossier che abbiamo pubblicato domenica scorsa sul nostro settimanale [SCOPRI DI PIU'] che non vuole essere un atto d’accusa, bensì una fotografia – parziale, a cui ne seguiranno altre – della realtà che ci circonda.

Welfare e mobilità, dicevamo, due settori che oggi sembrano fermi al palo come gli esperti e le carte ci confermano. A Reggio può bastare tutto questo? La più grande città della Calabria può accontenarsi di «camminare a passo d’uomo», imbottigliata in una stasi amministrativa che si trascina lentamente da ormai troppi anni?

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