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Il sacerdote ha da poco concluso l’avventura pastorale come guida spirituale dei detenuti, iniziata nel 2004

Don Giacomo D'Anna: «Recuperare la dignità è possibile» [VIDEO]

di Davide Imeneo e Federico Minniti 17/12/2018

Don Giacomo D’Anna si destreggia tra gli uffici del carcere con disinvoltura. Il carattere è quello di sempre, gioviale e spiritoso, riuscendo a strappare un sorriso anche in un contesto tutt’altro che semplice. «Il mio mandato è durato 14 anni, dal 2004 al 2018. Questo tempo ha rappresentato per me un’esperienza molto forte; posso affermare che tutto ciò ha segnato la mia vita prima come uomo e poi come sacerdote», dice il prete reggino che da pochi giorni ha concluso la sua esperienza da Cappellano del carcere di San Pietro.

«In questo luogo si vive l’umanità: si tocca con mano ciò che si è veramente, senza finzioni o “coreografie”. L’uomo nudo che si presenta con i suoi limiti, i suoi peccati e i suoi errori», prosegue don Giacomo che non contiene l’emozione nel raccontarsi: .«Quando sono arrivato ero un giovane prete, senza alcuna formazione specifica nel servizio che mi accingevo a fare. Nel mio bagaglio c’era tanta buona volontà. In fondo, mi sono sempre detto, il cappellano del carcere non opera mai in modo personale, ma su mandato della Chiesa. Il monito di papa Francesco, di andare alle "periferie esistenziali", spiega – ricalca totalmente le parole di Gesù: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. E in questa missione sono stato accompagnato e sostenuto dai volontari della Pastorale carceraria che sono una presenza significativa in questi luoghi». Ma quale è lo stile di un assistente spirituale in carcere? «Un cappellano “si pone accanto”: nessuna lezione, nessuna soluzione per i detenuti. Ci siamo messi in cammino sulla via della redenzione: riscatto e conversione sono le parole-chiave per condurre ogni uomo o donna recluso a recuperare la propria dignità».

Una sfida tutt’altro che semplice per la natura stessa del carcere reggino. «In questa Casa circondariale, che per tanti rappresenta la “prima accoglienza” subito dopo l’arresto, sono transitati, negli anni del mio ministero come assistente spirituale – spiega don D’Anna – migliaia di fratelli e sorelle. Quella fase, quelle prime ore e quei primi giorni, sono tra i più concitati: si inizia a fare i conti con i crimini di cui si è accusati, ma anche con i primi passi in una realtà spesso sconosciuta che è la detenzione. Si viene strappati dai propri affetti, immaginate la sofferenza che si prova. Proprio in questo momento proviamo a esserci: l’obiettivo è quello di essere portatori di speranza proprio nel momento in cui tutto sembra perso». Alla fine di questa esperienza è tempo di bilanci: «Quattordici anni non sono tantissimi, ma certamente sono un bel tratto di strada percorso. Un “grazie” sentito va a monsignor Vittorio Mondello, arcivescovo del tempo, che – nonostante la mia giovane età – ha voluto scommettere sulla mia persona. Un ringraziamento che estendo alla direttrice, Maria Carmela Longo, il cui mandato ha praticamente coinciso interamente col mio, e a Emilio Campolo, responsabile dell’area educativa– trattamentale. A loro si aggiungono tutti gli uomini della Polizia penitenziaria». Particolare cura è stata riservata alla Pastorale penitenziaria come «una piccola parrocchia. Il carcere viene definito “la città dentro la città”: in questo senso l’azione dei volontari è immaginata per essere al servizio di quanti vivono la condizione di ristretti. Devo dire – sottolinea il sacerdote – che i “risultati” ci sono, se così si possono definire: basti pensare che il 70% della comunità carceraria partecipa attivamente alle liturgie eucaristiche con atteggiamento di profondo rispetto. Ma anche la possibilità di partecipare a percorsi di catechesi che hanno portato alla ricezione di sacramenti come la Cresima. In concreto, c’è da aggiungere come i volontari spesso sostengono le difficoltà pratiche dei detenuti: dall’abbigliamento all’igiene personale, c’è una Chiesa che si fa prossimo alle persone che soffrono».

Una fede, quella respirata dentro le mura del carcere, che stupisce: «Effettivamente è vero: “L’uomo nella prosperità non comprende” dice la Parola di Dio. Probabilmente la religiosità che si manifesta dentro le mura di un carcere non è mai bigottismo vuoto, ma è un’ancora di salvezza che i detenuti sentono veramente necessario per la propria vita».

Una missione pastorale, quella del Cappellano, che resterà sempre una “seconda pelle” di don D’Anna: «L’obiettivo primario è quello di evidenziare che un cambiamento è sempre possibile. L’esperienza negativa dell’errore non deve essere una «catena » che limiti la libertà anche una volta scontata la pena. Un aspetto molto emozionante è quello che accade una volta "fuori". In tantissimi vengono a trovarmi in parrocchia a San Paolo alla Rotonda: si rimane punto di riferimento, non solo nelle richieste che ti pongono, ma soprattutto nell’accompagnamento spirituale, segno – conclude – che l’esperienza carceraria ha portato a una vera e propria mutazione del proprio stato d’essere».

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