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Dopo tutto questo tempo passato all'interno della Casa circondariale, la giovane donna intravede il giorno della sua scarcerazione

Titti, detenuta da 5 anni: «Sto ritrovando la mia vita» [VIDEO]

di Francesco Creazzo e Federico Minniti 24/12/2018

«Siamo madri, siamo mogli, siamo figlie. Il nostro pensiero va alle nostre famiglie. La mia speranza è che, grazie a questo percorso rieducativo, ci ritroveremo tutte fuori. Da persone libere». Titti conta i giorni che la separano dal suo ritorno a casa: la incontriamo mentre lavora all’interno dell’Istituto penitenziario. Ha grande dignità nel raccontarsi, guardandoci sempre negli occhi. Spesso spezza le sue risposte con un sorriso, si sta ritrovando. Ce lo conferma anche don Giacomo D’Anna che è il «gancio» per poter realizzare la nostra intervista, autorizzata dalle direzione del carcere.

Titti sta già iniziando a prendere confidenza con la libertà, proprio grazie al percorso personalizzato che i responsabili dell’area educativa hanno pensato per lei. «In vista dell’ormai prossimo Natale, sto vivendo l’emozione di poter andare in permesso a casa per poter riabbracciare la mia famiglia. Devo ammettere – ci spiega – che, nella mia quotidianità, all’interno dell’Istituto vivo una condizione altrettanto “familiare”: può sembrare paradossale, ma è così». Quelle celle, col passare del tempo, diventano una «seconda casa» soprattutto quando – accanto alla sofferenza della condizione di detenuta – si affiancano presenze silenziose, ma costanti. Un paradosso, certamente: individui a cui è sottratto il bene più prezioso, la libertà, che riescono a trovare e condividere dei sentimenti genuini, come quello dell’amicizia seppur nei limiti della carcerazione. «Questo avviene grazie alla presenza di persone che ci accompagnano nella nostra fragilità, come il cappellano, don Giacomo D’Anna. Non è facile stare in questi posti: sai di aver sbagliato, sai di essere stata una persona un po’ leggera, – ammette Titti – però attraverso la fede tanti spiragli si sono aperti nella nostra mente».

Il percorso è lungo, tortuoso, non mancano le ferite ancora aperte che nel continuo esercizio della rielaborazione di sé tornano a galla: «Sono tornata a ripensarmi come una persona: quì dentro siamo categorizzati come delinquenti e questo è un macigno che ci portiamo sulle nostre spalle.

Probabilmente il grande passo in avanti è proprio questo: io sto scontando la mia pena, ma non passa giorno in cui non credo di essere una persona nuova, una volta uscita da quì». Con Titti proviamo a riavvolgere il nastro, da quando tutto è iniziato: «Lo shock dell’arresto non è facile da gestire a livello emotivo.

Nonostante sai di aver fatto qualcosa di sbagliato; cerchi di realizzare quanto ti sta accadendo: sei in un posto che non conosci, con gente che non conosci. Ti senti sola. In quel momento è fondamentale fidarsi del personale dell’Istituto: personalmente sono stata guidata, passo dopo passo, dalla Polizia penitenziaria che devo ammettere – al netto dei luoghi comuni – sono persone di grande umanità».

Il senso di comunità è quello che serve per salvaguardarsi da un isolamento che può essere una pena suppletiva da scontare con sé stessi durante il tempo della condanna.

«Personalmente, prima del mio arresto, non avevo mai frequentato la Chiesa. Non pregavo né mi preoccupavo di nulla di tutto questo: devo dire che quando ho conosciuto don Giacomo mi ha colpito la sua simpatia. Mai avrei immaginato di pregare dentro un carcere, – ci dice la donna – invece questa è diventata una bella abitudine per me». Riprendersi la propria vita in mano vuol dire proprio questo, ricostruire una quotidianità. «Ho sempre lavorato in sezione, adesso mi sto misurando in un nuovo step in cui possiamo muoverci con più libertà. Possiamo definirlo come un “allenamento” prima di tornare alla nostra quotidianità. Fra pochi mesi, tornerò a casa: devo confidare che spesso penso alle mie compagne che hanno ancora molta strada da fare e sono un po’ triste per loro», questi i sentimenti di Titti che si congeda, confidando il suo stato d’animo attuale: «Ho tante paure: da cinque anni sono detenuta. Non so come ho lasciato il mondo; sono molto preoccupata di quello che troverò, di come reagiranno i miei figli, di quale “normalità” troverò lì fuori. Però, nonostante questo, non vedo l’ora di tornare alla vita. Alla mia vita».

Accanto ai detenuti operano i volontari della Pastorale carceraria, Paola Panella è una di loro. Hanno scelto di passare il loro tempo libero accanto a quanti vivono una situazione senza–tempo, cristallizata dall’assenza di libertà del potersi autodeterminare. La loro esperienza in carcere trasuda di umanità: «Da subito mi sono sentita a mio agio in questo contesto: sono stati i detenuti a darmi tanto, più di quanto ho dato io a loro. La mia missione è stata svolta con la sezione femminile: il mio salotto. Le ore trascorse fuori dalle celle sono passate in sintonia e amicizia».

Non solo «compagnia», ma anche prossimità operosa nell’azione di Paola e degli altri volontari: «Altro tema delicato e importante sono i sussidi che forniamo ai ristretti, a seguito di una loro richiesta: sono i fondi dell’8xMille alla Chiesa cattolica – conclude la volontaria – che sono devoluti dall’arcidiocesi alla Pastorale carceraria».

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