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Residenza e richiedenti asilo: una questione seria

Tra princìpi e norme, una riflessione sulla mancata applicazione del Decreto Salvini

di Paolo Lambruschi 03/01/2019

Aldilà delle polemiche tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, la decisione del primo cittadino siciliano, politico navigato e docente universitario di diritto, di sospendere l’applicazione delle norme che vietano la residenza ai richiedenti asilo contenute nel decreto sicurezza, seguita poi da altri primi cittadini, apre un fronte politico. I sindaci disobbedienti hanno definito «disumano, criminogeno e razzista» il sistema di norme anti-accoglienza voluto dal ministro Salvini e non vogliono esserne complici.

Perché precarizza i regolari eliminando l’accoglienza diffusa negli ex Sprar, riservata ai minori non accompagnati e ai rifugiati, e colpisce inutilmente una categoria precisa di persone negando l’iscrizione all’anagrafe, quasi a voler creare un esercito di irregolari con cui prendersela da qui alle elezioni europee per continuare ad alimentare una propaganda centrata su paure e xenofobia. Il dissenso fa parte del legittimo scontro politico anche perché i disobbedienti militano nell’opposizione. Del resto lo stesso Salvini ha costruito il suo consenso elettorale incitando fino alle scorse elezioni gli amministratori locali leghisti a non accogliere i profughi «mandati dal Governo di Roma», donne e bambini compresi. Oggi tocca a lui subire obiezioni e critiche e onestamente la sua reazione non pare molto in linea con il discorso di fine anno del Capo dello Stato sulla costruzione della comunità, che pure 48 ore fa il ministro diceva di condividere.

La disobbedienza civile è un diritto non solo dei leghisti, minacciare ritorsioni economiche e ricorsi alle vie legali pare eccessivo. Così come è fuori luogo invitare il sindaco di Palermo a occuparsi dei problemi della propria città e ricorrere ai soliti slogan tipo «aiutiamo prima milioni di italiani poveri». Questo è dovere del Governo di cui Salvini è vicepremier, quello della «tassa sulla bontà», che anche su questo sarà giudicato dagli elettori... Inoltre Salvini sa benissimo che i prefetti in una settimana annulleranno tutti provvedimenti contrari alla legge perché i sindaci sono pubblici ufficiali tenuti a rispettarla.

Perché quindi questa reazione a una mossa politica? Un po’ è in linea con il profilo cattivista del Capitano, ma si ha la sensazione che stavolta l’aggressività nasconda insicurezza. Anzitutto, per i disagi che questa norma sta creando a sindaci e a territori, compresi quelli amministrati da leghisti. I sindaci devono provvedere a tutti gli italiani e agli altri cittadini regolari, e anche questo per legge (e per giurisprudenza). Piaccia o no. Ma se si nega l’iscrizione all’anagrafe si crea anzitutto un problema di sicurezza, quindi si mette a rischio l’iscrizione all’Asl e ai centri per l’impiego a immigrati regolari almeno fino prova contraria e, infine, si danneggia la programmazione dei servizi sociali nei Comuni, perché non si sa quanta gente abbia bisogno dei servizi. Infine, si precarizzano i minori stranieri non accompagnati – che un sindaco è obbligato ad accogliere e a integrare – al compimento della maggiore età, vanificando così anni di investimenti in educazione e formazione professionale.

E poi Salvini sa che la partita sul suo decreto non si gioca sui social o nei sondaggi, bensì davanti alla Corte costituzionale dove questa norma è destinata a finire. Ce la può portare qualsiasi giudice che si troverà a dover fronteggiare un ricorso di un richiedente asilo sul respingimento dell’iscrizione all’anagrafe e, fino al 30 gennaio, le Regioni. Molti giuristi sono convinti che diverse norme del decreto che porta il nome del ministro dell’Interno facciano a cazzotti con la Carta semplicemente perché discriminano una categoria di stranieri – per giunta i più vulnerabili, sempre secondo la Costituzione: i richiedenti asilo – non solo rispetto agli italiani ma anche rispetto agli altri stranieri regolarmente soggiornanti. I tecnici parlano di testo che in quella parte va a scontrarsi con l’articolo 3, quello che garantisce uguaglianza a tutti davanti alla legge. La corale obiezione di questi sindaci non è stata dunque una scelta casuale. I primi cittadini pensano sia solo questione di tempo prima che un giudice rimetta princìpi e leggi nel giusto e civile ordine.

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