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Viaggio nell’«accampamento» vicino a Rosarno, teatro della rivolta dei braccianti contro lo sfruttamento

San Ferdinando, tutto uguale: la baraccopoli della vergogna

di Toni Mira 09/01/2019

Davanti all’ingresso della piccola baracca di teli di plastica è cresciuto un cespuglio di delicati fiori gialli. Allegro, inaspettato. Una piccola aiuola naturale. Dietro la baracca un’enorme montagna di rifiuti di ogni tipo ci riporta alla drammatica realtà, quella della baraccopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. Siamo ancora qui, per il nono anniversario della rivolta dei braccianti immigrati di Rosarno, il primo dopo il decreto Salvini che anche qui fa sentire i suoi negativi effetti. A partire dalle presenze in aumento di immigrati col permesso di soggiorno per motivi umanitari espulsi dai Cas dove non possono più restare. E che non possono entrare negli Sprar. Regolari ma senza accoglienza.

«E dove possiamo andare? Qui a San Ferdinando », ci dicono. E vengono da tutta l’Italia. Gran brutto anniversario. Era il 7 gennaio 2010 e i giovani africani protestarono contro le violenze e lo sfruttamento della ’ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori agricoli. Malgrado promesse e annunci, anche quest’anno le condizioni di vita sono peggiorate. Nella vecchia baraccopoli sopravvivono in poco meno di duemila.

A un centinaio di metri la nuova tendopoli realizzata nel 2017 e che doveva risolvere tutti i problemi. Dovrebbe ospitare circa 450 persone, in grandi tende blu, ordinate e efficienti. Troppo pochi per una popolazione stagionale di braccianti, ingrossata da quest’anno da chi, uscito da un centro di accoglienza, non sa dove andare.

Ce lo spiega Alikali che ci accompagna nel nostro giro tra baracche di ogni tipo.

«C’è tanta preoccupazione per la nuova legge, non riusciamo a capire cosa succederà ora. Quale sarà il nostro futuro?». Lui ha 32 anni, viene dal Gambia. È in Italia da 6 anni e da 3 frequenta San Ferdinando, girando anche in altre regioni alla ricerca di lavoro. Anche se il suo desiderio sarebbe quello di finire gli studi di veterinaria che ha iniziato nel suo Paese. Non vive nella baraccopoli e neanche nella nuova tendopo-li, ma in una sorta di limbo di trenta tende piantate tra le due strutture un anno fa per ospitare chi aveva perso la baracca nell’incendio che provocò la morte della giovane Becky Moses. Alikali lo ricorda bene. Lui c’era, così come in occasione dell’incendio che il 2 dicembre si è portato via la giovane vita di Suruwa Jaiteh. E c’era anche il 31 dicembre quando il fuoco ha distrutto una decina di baracche. Cominciamo proprio da lì il nostro giro.

«Come è successo?», gli chiediamo. «Dicono che è stata una bombola a esplodere. Ma non è vero. Forse un fuoco per scaldarsi. Forse qualcuno lo ha fatto apposta...». Si vedono pali di legno carbonizzati, reti dei letti annerite e contorte, teli di plastica squagliati. E poi tanti resti di vita quotidiana: dadi da brodo sparsi per terra, un sacco di riso bruciacchiato, piccole bombole. Attorno tantissime baracche, in gran parte di lamiera. Questo ha impedito che il fuoco andasse oltre. Baracche ben fatte, alcune hanno le lamiere fissate a terra col cemento, in qualche caso abbellito con delle mattonelle. Quasi una ricerca di stabilità. Ma la maggior parte sono in legno e plastica, tra fango e acqua. Altro che pacchia! Il 10 luglio Salvini aveva visitato la baraccopoli. E aveva promesso. «Nel mio Paese, nel 2018, non si sta nelle baracche. Chi ha diritto a rimanere in Italia ci deve stare con tutti i diritti e i doveri degli altri cittadini. Siccome ci sono cinque milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro».

D a allora soluzioni non se ne sono viste. Anzi i posti sono anche diminuiti. A settembre è stata infatti sgomberata la 'fabbrichetta', un capannone sotto sequestro per truffa occupato cinque anni fa dagli immigrati. Occupazione tollerata. Ci vivevano in più di cinquento durante la stagione della raccolta, senza luce e acqua, ma almeno era un tetto. Al momento dello sgombero erano solo un centinaio. «Ci avevano promesso che ci mettevano nelle tende e invece siamo finiti nelle baracche», ricorda uno di loro. E sempre a settembre non è stato con- fermato il commissario straordinario per l’emergenza migranti, così come quelli per il Foggiano e Castel Volturno, istituiti col decreto Sud del 2017. Insomma solo passi indietro. E le baracche crescono. Vediamo alcuni giovani trasportare lunghi pali di legno, per realizzarne di nuove recuperando spazio nell’area bruciata. Perché qui si continua ad arrivare. Per lavorare nella raccolta degli agrumi, qui nella Piana di Gioia Tauro, o in quella della cipolle tra Vibo Valentia e Lamezia Terme. Sfruttati come sempre, in nero come sempre. «Ci danno 25 euro al giorno ma poi 5 li dobbiamodare al 'capo nero'». Il caporale, come sempre. Giriamo ancora e le immagini sono sempre le stesse. Ecco la baracca dove sui fuochi a legna si scalda l’acqua per la doccia. Sembra l’antro di Vulcano. Ma è piccolo commercio. «Sempre 50 centesimi a doccia?». «Sì, come sempre», ci rispondono. In questo ghetto vivono anche tre bambini, hanno 8 anni, 5 mesi e 3 mesi, e una donna incinta. I più piccoli dormono arrotolati sulle spalle delle mamme che gestiscono delle baracche-bazar. Tutto precario qui. E ora anche il futuro.

R icordiamo che gli immigrati qui sono quasi tutti regolari, con permesso di soggiorno umanitario o come richiedenti asilo. E sono qui per lavorare. Ma il decreto fa paura. Prevede che i permessi umanitari, abrogati, alla scadenza dei due anni possano essere trasformati in speciali. Ma sarà così? «Il mio è scaduto a marzo, ho fatto domanda di rinnovo ad aprile e ancora sto aspettando. Sono nove mesi!», denuncia Alikali. Intanto si continua a discutere tra istituzioni su come superare la baraccopoli. Alcuni mesi fa era stato annunciato come imminente un nuovo campo di container. Ma solo per 500 posti e oltretutto vicino all’inceneritore. Comunque non si è visto nulla anche perché la Regione si oppone a un nuovo campo e propone case in affitto o accoglienza negli Sprar. Dove però gli immigrati con permesso umanitario e i richiedenti asilo non possono più andare dopo il decreto sicurezza. Si è parlato anche delle case confiscate alla ’ndrangheta che nella zona sono decine. Ma alla fine è rimasta solo la baraccopoli. Come sempre.

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