accedi | registrati | 24-6-2019

Gli eroi di Torre Melissa

La riflessione dell'arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza episcopale calabra, monsignor Vincenzo Bertolone

di Vincenzo Bertolone * 15/01/2019

«Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura».
 
L’11 gennaio, giorno in cui un po’ tutti ricordavano il cantautore Fabrizio De Andrè nel ventennale della sua morte, nelle cronache trovava spazio un’altra vicenda che le parole dell’artista genovese, in qualche modo, cingevano a mo’ di cornice: il racconto dei 51 curdi arrivati in barca a vela sulle coste calabresi, al largo di Crotone, naufragati a pochi metri dalla riva e salvati nella notte dagli abitanti del luogo, accorsi alle gride d’aiuto e d’angoscia. Una scena eccezionale, in un periodo storico nel quale indifferenza ed egoismo si avviano a regnare. Invece, nella storia scritta dai cittadini di Torre Melissa, c’è il seme di una speranza che, da tenue fiammella qual è, resiste senza spegnersi. È il segno di un’umanità che non muore, che riarde quando sembra sul punto di estinguersi. È un principio da tenere vivo, se si vuol continuare ad avere il privilegio di essere chiamati uomini.
Ciò significa spalancare le frontiere a chiunque, compresi i trafficanti di carne umana che speculano sulla pelle dei migranti? Tutt’altro: vuol dire, semplicemente, prendere consapevolezza del fatto che aiutare il prossimo non è questione che possa essere ingabbiata da norme e codicilli. E come un’altra storia recente dimostra (e ci si riferisce al caso dei 49 per più di due settimane lasciati a bordo della Sea Watch da un’Europa indolente), qualunque sia la strategia che si ritiene più opportuna per affrontare le migrazioni, non è possibile tenere in ostaggio la vita di decine di disperati, tra cui donne e bambini.
 
Riferimenti e modelli non mancano: in Giappone, paese tradizionalmente diffidente nei confronti dell’immigrazione straniera, il governo conservatore ha presentato e fatto approvare un pacchetto di misure per favorire l’ingresso – nell’arco di un quinquennio – di mezzo milione di stranieri, provenienti principalmente dall’Asia sudorientale, fissando sì dei rigidi paletti per la loro permanenza, ma anche iscrivendo a bilancio una serie di interventi per il loro inserimento sociale. In Germania, Paese più vicino a noi, l’esecutivo ha investito nella stessa direzione, programmando la formazione professionale degli extracomunitari per agevolarne poi l’inserimento nel mondo produttivo. Solo due esempi, indicativi però di una tendenza: disingolfare i canali dell’asilo, regolamentare i flussi, diluire timori diffusi ad arte (e molte volte ingiustificati) nel mare grande della solidarietà. Soprattutto, è il simbolo di una necessità: fermare la rabbia, quella che eleva il rancore a forma di espressione, divenendo strumento di compressione degli spazi di una società indotta ad agitarsi, dividersi, insultare, finendo con l’essere insofferente all’adempimento dei propri doveri ed incapace di ottenere l’effettivo rispetto dei propri diritti.
 
Indubbiamente, il nostro è tempo di paure, di dubbi fondati sul vecchio che non c’è più e sul nuovo che ancora non si vede, ma è pure tempo di fermenti e sfide da raccogliere, come scriveva Cesare Pavese: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò».
 
* Arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza episcopale calabra

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