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Ma a cosa servono i sindacati?

Il cambio alla guida della Cgil e la manifestazione del 9 febbraio segnano l’inizio di una nuova fase per le associazioni dei lavoratori

di Stefano De Martis 01/02/2019

Il cambio alla guida della Cgil e l’ormai imminente manifestazione unitaria del 9 febbraio possono segnare l’inizio di una nuova fase per i principali sindacati italiani. La crisi in cui si dibattono viene da lontano, dalle trasformazioni che hanno investito la stessa “forma” del lavoro, a cui queste organizzazioni non sono finora riuscite a rispondere in maniera complessivamente efficace. Questo fattore specifico, però, oggi si intreccia con il momento più acuto di una generale crisi dei soggetti della rappresentanza collettiva. Tale crisi ha coinvolto anche i sindacati che pure hanno mostrato una capacità di tenuta molto superiore a quella – per esempio – dei partiti politici tradizionali. Cgil, Cisl e Uil possono ancora vantare tredici milioni di iscritti, in calo e con una forte componente di pensionati, ma si tratta pur sempre di un’aggregazione estremamente rilevante.

La manifestazione del 9 febbraio ha come bersaglio la manovra economica. Si tratta del primo momento di scontro frontale con un potere politico nuovo, detenuto da forze che puntano ideologicamente a scavalcare le mediazioni sociali in nome di un rapporto diretto tra leader e “popolo” e coltivano la tentazione di un nuovo statalismo che tende saturare gli spazi di dinamismo della società civile.

Questi nodi sono emersi con evidenza nell’elaborazione e nel varo della manovra economica. Il governo – che in un certo momento aveva dato l’impressione di voler riaprire i canali di comunicazione – è andato avanti per la sua strada senza riconoscere ai soggetti sociali, sindacati e non solo, il ruolo di interlocutori significativi. Gli stessi sindacati, peraltro, hanno faticato a prendere le misure del rapporto con la nuova maggioranza e ne è un sintomo anche il fatto che la manifestazione sia stata convocata dopo l’approvazione della manovra economica e non durante il suo percorso, com’era avvenuto nell’ottobre 2017 quando a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni.

Ma quale che sia il giudizio sul merito della manovra e sui contenuti della mobilitazione del 9 febbraio, la partita che si gioca sul ruolo dei sindacati è più grande degli schieramenti e delle maggioranze. La loro presenza è un ingrediente fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia e la necessità di un loro profondo rinnovamento (magari a partire da una rigorosa autocritica) non può costituire un alibi per scorciatoie dirigiste. Il Paese ha bisogno dei sindacati così come di tutte quelle realtà in cui i cittadini si organizzano autonomamente e liberamente per partecipare in modo consapevole alla vita collettiva. È la visione di una società in cui – lo ha scritto in una lettera pubblica la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan – “ la giustizia sociale, l’opportunità di una formazione per tutti, il dovere umanitario all’accoglienza ed all’inclusione sociale, sono gli strumenti per un nuovo modello alternativo al populismo, valorizzando la partecipazione dei lavoratori ed il ruolo dei corpi sociali che sono indispensabili, come ha ricordato il nostro Presidente della Repubblica, Mattarella, per favorire la coesione sociale, l’equità ed il progresso economico del nostro Paese”.

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