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Le parole del presidente della Conferenza episcopale calabra in esclusiva a L'Avvenire di Calabria

Bertolone: «Calabresi, non state con le mani in tasca»

di Davide Imeneo 06/02/2019

I vescovi calabresi sono stati ospiti del Seminario “Pio XI” di Reggio Calabria per la sessione invernale della Conferenza episcopale calabra. Durante la due giorni siamo riusciti a intervistare il presidente della Cec, l’arcivescovo Vincenzo Bertolone.

Eccellenza, quali sono le priorità della Chiesa calabrese?

La risposta è una soltanto: le priorità di sempre. In primis l’evangelizzazione, ossia trasmettere la fede allo stato genuino, con linguaggio nuovo e avvincente, cercando di togliere tutte le incrostazioni che, attraverso la religiosità popolare – che tuttavia rimane un aspetto da conservare e tutelare – si sono protratte nel tempo in Calabria.

Quali sono gli effetti di questa “cura”?

La genuinità della trasmissione della fede deve portare a formare cristiani autentici. Ogni credente deve poter dire: Cristo è persona vivente ed esistente, anche se invisibile agli occhi del corpo, è il centro della mia vita, della mia piccola storia personale, è una verità non solo pensata, ma vissuta. Solo cosi avviene un salto di qualità nel suo rapporto con Cristo. Se dobbiamo fissare un’urgenza assoluta, allora, questa lo è in modo certo.

Quali sono le altre?

Vivere le città, abitare i luoghi, riscoprire i volti: i vari problemi che affliggono la Calabria devono essere affrontati dai vescovi, soprattutto per stimolare i cattolici a prendere un impegno attivo, non solo verbale. Non si possono avere le mani pulite, tenendole in tasca. La vera sfida è quella di impegnarsi, ma continuando ad avere «le mani pulite»: così diamo il meglio di noi stessi. Il senso di corresponsabilità deve essere presente nel cuore di ogni credente che deve portare il suo contributo, piccolo o grande che sia, secondo il ruolo che ricopre nella città, nel paese o nel borgo dove vive.

Accennava alla pietà o religiosità popolare, quali possono essere gli elementi di novità in tal senso?

Nella mia diocesi ho iniziato un cammino, quattro anni fa, con la revisione degli statuti delle Confraternite, adeguandoli alle indicazioni della Conferenza episcopale italiana e a quanto richiesto dalla Conferenza Episcopale Calabra. Ho fatto tutto quello che era possibile per smontare tradizioni errate, punti di vista sbagliati, attaccamenti o casi, come alla “dinastia” dei priori che si «succedevano» perché erano parenti. Con le circa 40 confraternite che esistono nell’arcidiocesi di Catanzaro siamo riusciti a redigere un regolamento, grazie anche all’aiuto ed al consiglio di laici, di priori saggi e di esperti di pietà popolare. Il messaggio che deve passare è semplice: certi processi di cambiamento non avvengono per intervento del vescovo, ma scaturiscono dalla consapevolezza collettiva che la devozione popolare genuina non può essere in contrasto con il v angelo e con la dottrina ecclesiale.

Come regolarsi con i comitati che sorgono per le feste patronali?

Altro tema delicato da affrontare è quello dei Comitati per i festeggiamenti. Oltre che attenzione da parte dei Consigli pastorali parrocchiali, occorre leale collaborazione con le Forze dell’Ordine del posto, per snidare ed emarginare eventuali soggetti compromessi con la giustizia. Proprio interloquendo con le Autorità civili di prevenzioni, infatti, possiamo ottenere una scrematura rispetto a chi può avere o meno un ruolo all’interno di queste organizzazioni. Piccoli strumenti che, uniti all’aspetto spirituale e soprattutto alla formazione permanente, devono servire a formare coscienza rette e civilmente impegnate. Non si può vivere una dimensione comunitaria di una devozione senza che questa non vada a incidere sulla realtà quotidiana. In sintesi sta a noi, soltanto a noi, decidere che certe abitudini, certi modi di apparire vengano finalmente meno. Essere al servizio di un patrono non può essere motivo di vanto, ma deve essere soltanto uno spunto di riflessione e di preghiera e, soprattutto, di conversione e di spiritualità cristiana.

Per educare alla riflessione e alla preghiera forse occorre ripartire dalla famiglia, piccola Chiesa domestica.

Nel corso dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Interdiocesano calabro abbiamo avuto modo di ascoltare una riflessione molto profonda sul diritto matrimoniale: la salvezza delle anime e la dignità delle persone sono al centro di questo intendimento che non va mai sottovalutato quando muoviamo le nostre riflessioni sul tema. Quante sono, però, le famiglie che vivono un momento di fragilità, di crisi, di irregolarità? Dinnanzi a questo sfilacciamento della società è difficile incontrarsi. Quello che dobbiamo sforzarci di far comprendere è quanto riferisce Charles Dickens al proprio figlio: «Figlio mio, cerca di pregare mattina e sera, ma soprattutto lasciati guidare dal Vangelo, la cui luce è qualcosa di unico, di intramontabile». La nostra catechesi, pre e post–matrimoniale, deve essere orientata in tal senso: far comprendere l’universalità del messaggio evangelico, anche per ciò che riguarda la vita di coppia e la vita familiare. Se ci riusciamo, allora, sarà più facile parlare al cuore delle famiglie. Va aggiunto che occorre rimettere al centro la felicità cristianamente intesa: non è indispensabile, infatti, rincorrere i benesseri materiali. Certamente vivere dignitosamente è un diritto di tutti, ma c’è una felicità ed una pace interiore da curare con amore e passione perché liberano la nostra anima dai vizi della fragilità terrena.

Infine, l’impegno politico dei cattolici. Quale la prospettiva che vede nel futuro imminente?

Pur essendo presenti in ogni diocesi attività di ogni genere, pur avendo attivato corsi di formazione alla dottrina sociale della Chiesa, di fatto non molti, tra i laici cattolici, si sono impegnati in prima persona. Non esiste una struttura che possa dar vita a un partito di ispirazione cattolica. Probabilmente mancano le grandi figure di riferimento, come è capitato, ad esempio, nel Dopoguerra, con quelle generazioni di statisti che si erano formate anche nell’Azione Cattolica durante il periodo fascista. Oggi non mancano le realtà ecclesiali, forse si è sbagliato a smettere di formare ed educare le persone all’impegno attivo e diretto alla vita politica dei nostri territori. Non esistono più le sezioni di partito dove si elaboravano progetti, visioni, prospettive. Oggi ci si chiede: «Della Calabria cosa vogliamo fare sul piano socio–politico?». L’auspicio in questo momento è che le coscienze si scuotano, quasi ri– assaporando l’Appello sturziano ai liberi e forti. Sul come questo si possa concretizzare e costruire non c’è che una strada da seguire: le persone di «buona volontà» passino dalle parole ai fatti.

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