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Fine Vita. Eutanasia per i disabili. Chi li difende?

di Francesco Ognibene 07/02/2019

Ascoltare il silenzio. È un esercizio che apre orizzonti insospettati, quanto a conoscenza, attenzione, intuito. E umiltà. Perché per farlo occorre zittire parole e rumori, e con essi la pretesa di aver già capito, di sapere cosa serve. Invece, ci sono silenzi che parlano, dai quali emergono grida, proteste, suppliche. E che occorre saper decifrare, perché se manca vero ascolto si può credere che quell’assenza di suoni equivalga a una rinuncia, se non all’inutilità. Invece, ci sono silenzi assoluti eppure eloquenti, che mettono spalle al muro tanti nostri tatticismi e ipocrisie. È certamente il caso del silenzio incarnato dai pazienti 'vegetativi', misterioso eppure denso di una presenza, tanto simile a quello dei disabili gravi, che talora riescono a esprimersi ma che pochi sanno comprendere davvero. C’è chi ne interpreta lo stato senza ritorno come segno di una condizione umana disperata, che invoca con la sua stessa menomazione di non insistere, di lasciar andare, come se non si potesse fare altro visto che non solo la guarigione ma quasi sempre anche solo un miglioramento risulta impossibile.

E se manca questa prospettiva – si insinua – ha ancora senso parlare di speranza? Inevitabile che lo sguardo della società su persone fisicamente limitate finisca per notificargli che il loro posto – un posto vero, intendiamo, non uno strapuntino – è venuto meno insieme al diritto di sentirsi ed essere come gli altri. Lo si credeva un diritto innato, una cosa sola con la comune dignità umana, ed ecco invece che nella testa della gente anno dopo anno questa consapevolezza una volta incontestabile si è come logorata, lasciando il posto all’idea che 'se non ce la fa più' è meglio aiutarlo ad andarsene. Dieci anni dopo la tragica morte di Eluana – sabato 9 febbraio, e sembra una ferita che fa male da ieri – di passi verso questa nuova e spietata coscienza sociale ne sono stati percorsi fin troppi, senza che neppure ce ne rendessimo conto, tra sentenze, leggi e nuovi casi drammatici. Ora si è fatto più plausibile di allora che un disabile grave possa ottenere ascolto, certo, ma nella direzione funzionale e indifferente verso la quale la società nel suo insieme è stata indotta a guardare, persino contro la sua stessa indole ancora solidale, empatica, umanistica. L’ascolto del silenzio oggi infatti porta a leggere sempre più la sofferenza e la privazione fisica non come una diversa condizione umana, tanto più meritevole di tutela quanto più è vulnerabile, ma come qualcosa di irrimediabilmente altro. Come avessimo introdotto la categoria del 'non più uomo', non del tutto.

E l’apertura di una porta legale che consenta a casi 'estremi' di farla finita con l’aiuto dello Stato non è considerata più un’eventualità remota, tant’è vero che in Parlamento nell’indifferenza generale ha iniziato il suo iter una legge che contempla per un malato l’esistenza di un bivio al quale poter imboccare, se ritiene, la strada verso l’eutanasia o l’aiuto al darsi la morte, eretti per le istituzioni sanitarie al rango di esiti equiparabili alla scelta di aiutare a vivere. Come se per lo Stato oggi fosse uguale far vivere o far morire, scegli tu poi fammi sapere. Che la scelta su di sé sia un bene tutelato persino dalla Costituzione è fuor di dubbio, ma prima ancora – nell’ordine dei valori fondanti – dev’esserlo la certezza difesa con strenua tenacia da ogni istituzione dello Stato che ogni vita vale l’altra, che sia prestante o zavorrata da un handicap, carica di speranze o del tutto scoraggiata per la propria situazione, una malattia, l’inesorabile disabilità.

L’alternativa a questo sguardo che non conosce incertezze né possibili 'uscite d’emergenza' è la selezione tra una vita e l’altra secondo il loro stato e la propria personalissima idea di vita e morte «dignitosa». A un simile capolinea – perché questo sono le ipotesi di legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia che si profilano – si arriva quando viene messo in discussione che nulla può alterare la natura e il rispetto che è dovuto alla vita come bene comune e assoluto, alla protezione del quale lo Stato non può derogare, mai. Le associazioni che danno voce ai tanti pazienti in condizione di «cerebrolesione acquisita » ieri si sono raccolte al Ministero della Salute per fare ancora una volta presenti i diritti delle persone che sono oggi le più deboli e inascoltate della nostra società perché considerate 'difettose' e 'senza speranza'. La loro è la voce prestata a un silenzio interpretato da alcuni come resa alle decisioni altrui. Come quelle di una maggioranza dove il M5s ha già mostrato la propria disponibilità ad andare oltre la già scivolosa legge sulle Dat mentre dalla Lega, che pure si era spesa per frenare quella norma, non s’è ancora udita una sola parola perché non si arrivi alla morte di Stato per i disabili. Altre forze rappresentate nelle Camere hanno mostrato la stessa ambiguità. Per ritrovare voce in questo silenzio delle coscienze c’è tempo. Sempre meno, però.


Pubblicato su Avvenire il 6 febbraio 2019

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