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Reggio, morti per povertà. Ma l’indignazione latita

Manca una visione a più livelli per contrastare le grandi emergenze che riguardano sempre più cittadini

di Federico Minniti 13/02/2019

La morte di una donna in un vagone abbandonato non può passare come un fatto «normale». Non è «normale», infatti, che una città – “allenata” all’indignazione via Social – perda di vista la necessità di «umanizzare» quanto accade nelle sue viscere.

Restando alla cronaca, registriamo che il cadavere di una donna di 65 anni di nazionalità polacca è stato trovato nel corso della notte dagli agenti di una volante in un vagone in disuso nel deposito ferroviario di Calamizzi, adiacente alla stazione di Reggio Calabria.

Una settimana fa, fu un un uomo rumeno a essere ritrovato esanime in un capannone abbandonato a Pellaro. Nel quartiere era conosciuto, eppure è morto a causa del freddo in riva al mare.

Morti di solitudine, morti di indifferenza. Sul caso della donna ritrovata giovedì sono intervenuti i volontari della Casa di Lena, l’Help Center per i senza tetto e per tutti coloro, poveri e gente in difficoltà, che ruotano attorno alla stazione. Dal 2015, le Ferrovie hanno dato in comodato d’uso per sette anni un locale di 36 metri quadri all’interno della stazione Centrale alla Caritas che, assieme a diverse associazioni, ha pensato di realizzare questo nuovo polo di prossimità.

Il commento è affidato a Facebook: «Ancora una volta piangiamo una povera donna morta da sola su un vagone dismesso – scrivono – Per i volontari della casa di Lena era un’amica e come tale si è cercato di aiutarla, ma quando la malattia è grave non ci sono sorrisi, carezze e attenzioni che possono curare. Ha deciso di terminare i suoi giorni non in ospedale ma in quella che era diventata la sua casa». Una flebile voce, accompagnata dagli anni di servizio con gli ultimi, che deve scuotere le coscienze. Non si può morire perché si è poveri.

In queste settimane si è annunciato un nuovo modello di Welfare per il Paese. Probabilmente, il tanto acclamato Reddito di Cittadinanza parte già con un peccato originale, ossia quello di voler coniugare le pratiche di prossimità con quelle delle politiche attive del lavoro. Un’ibridazione che rischia di scontentare tutti: da un lato, gli ultimi rimangono tali perché le loro esigenze (cure sanitarie, una tetto in cui dormire e sostegno psico–sociale), dall’altro i fuori–usciti dal mercato occupazionale potrebbero scontrarsi, soprattutto nelle regioni più arretrate come la Calabria, contro l’assenza di un’offerta adeguata di lavoro. Anche gli Enti Locali, possono e devono fare la propria parte, immaginando percorsi inclusivi reali che mirino alla promozione dell’uomo. Serve esercitare una coscienza civica, questo è il momento per farlo.

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