accedi | registrati | 16-7-2019

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria è il titolare dell’inchiesta «’Ndrangheta stragista» che sta facendo luce sui rapporti tra le consorterie calabresi e Cosa Nostra

Il procuratore aggiunto Lombardo: «Correre più delle mafie»

di Francesco Creazzo 13/02/2019

Giuseppe Lombardo è uno dei procuratori aggiunti di Reggio Calabria. Vanta al suo attivo anni di impegno in prima linea contro la ‘ndrangheta: la cattura del “supremo” Pasquale Condello, il processo Meta, più recentemente i processi Gotha e Mammasantissima che hanno messo a nudo la cupola massomafiosa e affaristica sulla città di Reggio. Lo abbiamo voluto ascoltare nel 33esimo anniversario dall’apertura del maxiprocesso di Palermo. Un periodo storico toccato anche dall’inquirente reggino nell’inchiesta “Ndrangheta stragista”.

Dottor Lombardo, qual è l’eredita che, da inquirente, ricava dal maxiprocesso di Palermo?

Dal maxiprocesso in poi l’azione di contrasto nei confronti della mafia non è stata più la stessa. È completamente cambiata la prospettiva nell’impostazione delle indagini sui fenomeni criminali complessi, nella ricerca di risposte ulteriori rispetto alla semplice ricostruzione del singolo fatto–reato. In altri termini, è diventato evidente che il crimine organizzato va contrastato con l’adozione di programmi investigativi che non possono lasciare spazio a vuoti acquisitivi. La verità processuale va ricostruita tutta per intero, perché le verità parziali sono sempre verità negate.

Cosa intende?

Chi, come me, lavora ogni giorno al fine di dare risposte giudiziarie sa bene che il modello di lavoro, che ha consentito ai colleghi Falcone e Borsellino di istruire il maxiprocesso, è l’unica via per giungere a risultati stabili e duraturi. La società civile ha il diritto di comprendere, anche attraverso le risposte che i giudici danno ogni giorno con il loro lavoro, cosa sono davvero la ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, la Camorra, la Sacra Corona Unita, cosa sono e come operano le mafie straniere.

Oggi qualcuno crede che cosa nostra sia sconfitta o che non ci siano connessioni con le altre mafie. Lei come la pensa?

Vari processi hanno dimostrato che il sistema criminale in realtà è uno solo, al cui interno operano componenti di varia estrazione. Siamo riusciti a capire che c’è una logica di fondo che caratterizza le varie strutture criminali di tipo mafioso, ognuna ha una sua strutturazione interna che a livello apicale diventa una componente di comando che si interfaccia con tutte le altre. Ritengo che non sia possibile escludere la permanenza di tali relazioni, per la semplice ragione che la ‘Ndrangheta è fortemente operativa e Cosa Nostra non mi sembra sia stata sconfitta.

Quel processo non fu “gratis”, qualcuno ne pagò il prezzo. Cosa rappresenta per lei il ricordo dei magistrati uccisi?

La magistratura italiana porta con sé la traccia interiore dei tanti colleghi uccisi dal sistema criminale di tipo mafioso. Ripeto spesso a me stesso che il loro sacrificio non è stato vano, perché tanti magistrati hanno continuato il loro lavoro e tanti ancora dedicheranno la loro vita alla ricerca della verità, anche la più scomoda. Non arretreremo di un millimetro. Mi consenta però una considerazione finale. Non è più rinviabile una rivisitazione profonda dell’attuale quadro normativo che va fortemente snellito, senza in alcun modo intaccare le garanzie difensive. Il sistema giudiziario deve dare risposte complete e tempestive. Se la mafia corre, noi dobbiamo correre ancora di più.

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