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Il nome del cardinale napoletano è rimasto indissolubilmente legato a quello della diocesi di Reggio Calabria

134 anni fa veniva ordinato Portanova, ultimo cardinale di Reggio

di Redazione Web 11/02/2019

Oggi, 11 febbraio, ricorre l'anniversario della consacrazione episcopale di Gennaro Portanova, l'ultimo cardinale di Reggio Calabria. Portanova, napoletano fu ordinato vescovo a 40 anni, soltanto sedici anni dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta il 22 maggio 1869 per mano del cardinale Sisto Riario Sforza. Specializzato in teologia tomistica fin quando divenne vescovo ordinario di Ischia proprio l'11 febbraio 1885.
 
Tre anni dopo, il suo arrivo a Reggio Calabria dove rimase per vent'anni sino al 25 aprile 1908 quando morì all'età di 62 anni. Durante il suo magistero calabrese fu protettore dell'Istituto delle Figlie di Maria Immacolata fondato da Suor Brigida Maria Postorino a Catona.
 
A livello accademico, come nota Michele Farisco, «l’opera filosoficoteologica di Gennaro Portanova si inserisce a pieno titolo nel filone teorico della scuola napoletana di Gaeteno Sanseverino, denominata Neo-tomismo, a indicare il suo stretto legame con la speculazione di san Tommaso d’Aquino. Quella che può essere indicata come una delle più vive e feconde scuole di pensiero sorte nell’ambiente teologico e filosofico dell’Italia dell’Ottocento, alla quale Portanova dapprima si era formato e successivamente aveva aderito con pregevoli lavori, trae la propria forza e il proprio “fascino” dal duplice intento che ne ispira l’opera: da una parte, far conoscere il pensiero genuino degli antichi maestri; dall’altra avvicinare la filosofia tradizionale ai nuovi dati della scienza e ribattere gli errori moderni» (p. 5). Nel delineare la figura del pensatore neotomista, i due pregevoli studi di cui parliamo intendono ribadire, mediante appropriate e documentate analisi, che non si può dimenticare che, già prima del fondamentale apporto dato dall’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, vi erano stati significativi tentativi di ritornare all’ insegnamento di san Tommaso d’Aquino.
 
L’opera di Portanova non può essere letta senza un riferimento a quel movimento positivista che, nelle sue diverse forme e con maggiore o minore originalità, si diffuse in tutta Europa. Se grande rilievo avevano avuto le dottrine di Saint-Simon e di Comte, di Bentham e di John Stuart Mill, ebbero grande rilievo le opere di Charles Darwin e, in generale, varie dottrine evoluzioniste, molte delle quali, a diverso titolo, si legavano al positivismo. Tubiello analizza gli aspetti di quella temperie culturale e dà una chiara relazione degli sviluppi del dibattito sull’argomento sia nel secolo XIX e sia nel secolo XX. Particolare importanza ha, a questo proposito, l’opera di Portanova del 1872 Errori e deliri del Darwinismo, in cui si condensavano le sue riflessioni. Leggendo tale opera appare chiaramente che il neotomista non è impegnato solo a difendere le ragioni della filosofia di impianto tradizionale, ma adotta modelli inclusivi dei progressi scientifici. D’altra parte, come nota Carmine Matarazzo nell’Invito alla lettura del volume di Antonio Tubiello, «proprio per i pericoli che la visione scientifica ispirata all’evoluzionismo avrebbe potuto comportare per la fede e per la sana speculazione filosofica, il futuro arcivescovo di Reggio Calabria propone un’interpretazione delle diverse posizioni e porta la sua analisi critica propria sul campo antropologico» (p. 24). Tubiello è attento a vedere i vari risvolti di un dialogo non aprioristico con la scienza e le diverse teorie scientifiche del tempo, ma soprattutto a cogliere, attraverso una chiara e precisa distinzione dei piani del discorso, l’aspetto filosofico e teologico della riflessione di Portanova. Perciò, ricorda: «Questo sembra il culmine dell’antropologia tomista, riletta fedelmente dal Portanova. L’uomo appare come un ente per se in forza della sua unità e perfezione ontologica, e pertanto arricchito di tutti i gradi inferiori dell’essere. “Poiché trascende tutto il creato, l’uomo ne contiene e sintetizza in sé tutte le forme inferiori. Non è prigioniero della propria contingenza, mutevolezza, provvisorietà, non un pulviscolo disperso nella galassia dell’essere.
 
Il nome del cardinale Portanova è rimasto indissolubilmente legato a quello della diocesi di Reggio Calabria per il ventennio di governo durante il quale riorganizzò la Chiesa calabrese e reggina adoperandosi a riaffermare i valori del cattolicesimo contro una amministrazione comunale e un governo apertamente ostili alle sue iniziative anche perché favorì apertamente nelle diverse elezioni politiche e amministrative l’affermarsi di uomini di ispirazione cristiana contro quelle forze liberali e massoniche che detenevano il potere.
 
Ciò gli procurò il sostegno di tutti quei cattolici resi consapevoli della loro forza e degli esponenti politici più moderati ma anche l’opposizione dura dei radicali e attacchi sulla stampa locale con insinuazioni velenose  circa la gestione di fondi per le popolazioni  terremotate del 1905. Sua prima cura, appena insediatosi, fu il ritorno del Santuario dell’Eremo alle dipendenze della autorità religiosa grazie al concordato stipulato con il sindaco Domenico Tripepi. Ad un altro Tripepi, Demetrio, anch’egli Sindaco, fu molto vicino tanto da sostenerlo nelle dure e difficili elezioni amministrative del 1907. Nell’ottobre del 1896 riunì a Reggio le forze cattoliche della regione nel I° Congresso Cattolico.
 
Nel 1898 consacrò in Cattedrale due nuovi vescovi reggini: monsignor Giuseppe Morabito (Mileto) e monsignor Domenico Scopelliti (Oppido Mamertina). Il 19 giugno del 1899 fu insignito della porpora da papa Leone XIII, primo e finora unico presule reggino ad essere nominato cardinale da vescovo della città. Si adoperò a prestare soccorso alle popolazioni colpite dai terremoti che colpirono la Provincia e la Calabria negli anni 1894, 1905, 1907.
 
Morì pochi mesi prima del sisma del 28 dicembre e in quei giorni tragici la Chiesa reggina si trovò priva del suo pastore. In quei giorni tragici di dicembre fu diffusa attraverso la stampa una confessione fatta ad un amico dal Portanova prima della morte «ho il presentimento della mia fine lontana. Così non mi strazierà la vista delle rovine di questa povera città. Se la rovina viene ed io non  sarò più di questo mondo, recate un po’ della vostra energia fra gli sventurati».

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