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Ventinove anni fa veniva scarcerato l’attivista e futuro presidente del Sudafrica

Nelson Mandela, la libertà di perdonare

di Francesco Creazzo 15/02/2019

Domenica 11 febbraio 1990, giornali e televisioni trasmettono le prime immagini del leader nero, che per i 27 anni di reclusione nessuno aveva più avuto la possibilità di vedere. Nelson Mandela esce dalla prigione di Victor Verster accolto da una folla immensa. Nel 1993 vince il premio Nobel per la pace. Dopo la liberazione di Madiba, l’African National Congress (Anc) diventa legale. Le prime elezioni libere e multietniche, nel ‘94 vedono la vittoria dell’Anc e l’elezione di Mandela alla presidenza della Repubblica. Ventinove anni dopo la liberazione di Madiba, molte cose sono cambiate in Sudafrica: non c’è più l’apartheid e Mandela viene considerato in tutto il mondo un eroe e un simbolo di pace. L’azione più rivoluzionaria operata dal politico sudafricano, però, non è il rovesciamento dello stato di ingiustizia sociale, ma il metodo con il quale è stato ottenuto: attraverso il perdono, la pacificazione, la riconciliazione. Quando iniziò i suoi 27 anni di prigionia, Mandela era molto arrabbiato, lo racconta lui stesso nella propria biografia. Per gran parte della prigionia ha trascorso 23 ore al giorno da solo. Ed è lì che è avvenuto lo strano miracolo: la sofferenza che tanto avvilisce, nel suo caso ha portato giovamento. Nella convivenza con i suoi carcerieri bianchi, Madiba ha compreso il valore del tendere la mano all’avversario. Il leader rivoluzionario comprese che nell’oppressore c’era un uomo, un altro «io», qualcuno da perdonare pur restando fermo nella convinzione della malvagità delle sue azioni. Mandela rifiutò, tra le sofferenze, la demonizzazione, la disumanizzazione del nemico. Tutto questo, in un contesto esplosivo: tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, il Sudafrica era all’apice delle tensioni sociali, il regime di apartheid stava crollando e la rabbia scaturita dall’oppressione era sul punto di esplodere. Il Paese era sull’orlo della guerra civile. Fu Mandela ad evitare lo spargimento di sangue, già a partire dall’incontro che ebbe in carcere con l’allora ministro della Giustizia, Kobie Coetsee. Uscito dal carcere, ventinove anni fa, Madiba Mandela decise di non vendicarsi dei suoi carcerieri, di far passare il suo popolo da una giustificabile rabbia a una giusta rivendicazione dei propri diritti. Dal 1994 iniziarono i lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che produsse qualcosa di più di un processo di amnistia. Il Sudafrica rifondò integralmente la sua comunità politica. Il fattore religioso è stato molto presente nei lavori della Commissione e non è mai stato nascosto che si ispirasse al cristianesimo. I suoi lavori vennero aperti con una preghiera, i responsabili di gravi ingiustizie venivano chiamati a confessare e riconoscere che quel che avevano fatto era qualcosa di sbagliato: non contro la legge, ma contro il bene. Allo stesso modo si invitavano le vittime a perdonare. Alla fine del suo mandato presidenziale, Mandela rinunciò a ricandidarsi (gli successe il suo vice Thabo Mbeki) preferendo concentrarsi sull’impegno umanitario e in particolare sulla lotta contro l’Aids – uno dei problemi più drammatici del nuovo Sudafrica – attraverso la Nelson Mandela Foundation. Ebbe anche diversi ruoli di mediazione in alcune gravi crisi africane, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo e in Burundi. Nel 2004 annunciò il suo ritiro dalla vita pubblica.

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