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Il tema dell’impiego è centrale nel pensiero della cristianità di tutte le epoche: argomenti che oggi ritornano prepotenti nel dibattito pubblico

Chiesa e lavoro, voce contro l’idolatria del profitto

di Redazione Web 21/02/2019

di Aldo Velonà - La crisi economica degli ultimi anni è caduta, anche in Italia, sulle spalle dei singoli e delle famiglie ed ha segnato cambiamenti negli stili di vita, crescita della povertà, mancanza e precarietà del lavoro, contrazione dei diritti, riduzione del welfare, aumento di ingiustizie e diseguaglianze. Sono mutate le relazioni sociali, e la nostra cultura, i modi di pensare e di vivere, di dare valore alle cose, sono sottoposti a sollecitazioni continue difficili da controllare e gestire. Si è sviluppato un clima di frammentazione ed un atteggiamento di ostilità crescente verso tutti, verso gli altri, visti come avversari o “nemici” responsabili di tutti i mali.

Questo conflitto, arrivato anche nelle piccole realtà dei territori, è il segno della perdita di coesione, di fiducia e di speranza. Gli stessi interventi degli Stati, dei governi, per affrontare necessità emergenti sono spesso insufficienti, improvvisati e demagogici. La globalizzazione, con la quale dovremo pure convivere, sta accelerando la disgregazione dei modelli costruiti sulle esperienze sociali economiche e lavorative nei decenni precedenti. Il mondo è diventato più piccolo e interdipendente e appare più chiara la fine dell’illusione di un progresso illimitato. La visione dell’esistenza organizzata in senso soprattutto consumistico, il dominio del capitalismo finanziario e i suoi influssi devastanti sulla democrazia, la messa in discussione della dignità del lavoro a vantaggio del profitto con la riduzione delle persone a merce, non possono offrire prospettive e soluzioni utili.

I problemi del nostro tempo, ricorda papa Francesco, non sono solo «questione di economia, ma di etica e di antropologia». Il cambio di epoca che stiamo vivendo presenta così nuove sfide, per affrontare le quali si richiede di uscire dalla logica del breve periodo: occorre un mutamento di abitudini, un cambio di paradigmi, la ridefinizione delle priorità, una nuova capacità analitica e una maggiore attenzione all’uomo e all’ambiente, cosi come indicato più volte dal magistero sociale della Chiesa. Quanto all’urgente questione del lavoro il futuro è pieno di incognite e la partita si giocherà sul grosso problema di come preservare i posti esistenti e crearne di nuovi se, come allertano i teorici della scarsità, specie nelle aree di maggiore sviluppo, il lavoro diminuisce e non tenderà ad ampliarsi a causa delle innovazioni tecnologiche che incidono su tutti i processi produttivi, comunicativi, di servizio, riducendo l’apporto di impiego umano. Per le teorie neoliberiste è il libero mercato, nel suo dispiegarsi, a creare il progresso e dunque il lavoro. Ma si può obiettare che maggiore produttività o crescita, quand’anche si realizzano, non significano sempre creazione di nuovi posti di lavoro, e neppure che vi sia una ricaduta favorevole verso una maggiore equità e inclusione sociale. Solamente una economia strutturata ed istituzionalizzata eticamente, che abbandoni il feticismo del denaro e la sacralizzazione dei meccanismi del sistema economico, potrà creare occupazione e un lavoro dignitoso per tutti.

Di fronte a sfide mai prima affrontate, occorre immettere, nel circuito delle relazioni umane, segni di speranza per creare un pensiero ed un agire sociale e politico che abbia cura di ciascuno e di tutti, e diventa auspicabile, come ci ricorda papa Francesco, che si realizzi un recupero del primato della politica sull’economia e sulla finanza, una riforma finanziaria di stampo etico, una sana economia mondiale, il diffondersi di una democrazia ad alta intensità, la presenza di una vera Autorità politica mondiale, per concorrere tutti insieme a costruire un progetto armonico di sviluppo umano ispirato ai valori della carità nella verità.

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