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Se è vero che l’attenzione mediatica sul tema è troppo bassa, c’è chi opera in direzione opposta: focus sulle realtà dimenticate del globo

Nello Scavo: «Cristiani perseguitati? Le ragioni sono politiche»

di Davide Imeneo 24/02/2019

Nello Scavo, giornalista d’inchiesta per il quotidiano cattolico Avvenire, in questo libro, Perseguitati, offre un docu- mentatissimo reportage di chi in ogni angolo del mondo viene perseguitato per la sola ragione di pregare il Dio di Gesù Cristo. Lo abbiamo intervistato.
 
 
Durante le tue inchieste sei stato in diverse parti del mondo, dove hai visto le persecuzioni peggiori nei confronti dei cristiani?
Ho osservato e raccontato le persecuzioni in ogni continente. Ad esclusione dell’Australia, dove pure non sono mancate forme di discriminazione specialmente sugli aborigeni e financo sugli aborigeni cristiani, non c’è posto al mondo nel quale la fede non venga minacciata. Dalla Corea del Nord, passando per il Sudest Asiatico, fino all’Africa e al Medio Oriente, ovunque si registrano violenze e crudeltà. Anche se, devo ammetterlo, gli abusi commessi in Europa, specialmente nell’Est o nei Balcani, contro i profughi cristiani sono difficili da accettare. tanto più che i protagonisti sono gruppi politici e milizie irregolari che si richiamano alla “difesa del cristianesimo”.
 
 
Le persecuzioni attuali sono dovute solo alle altre religioni o ci sono anche dei motivi "politici" che fomentano l'odio contro i cristiani?
Ci sono molte ragioni, ma in generale possiamo dire che si tratta di scontri per difendere un interesse. Sia esso di tipo economico, culturale, sociale, o di “supremazia religiosa”. Il cristianesimo, infatti, non è mai privo di ricadute sociali e la novità che esso rappresenta viene spesso vissuto come una minaccia per chi ha fatto del sopruso, sotto qualsiasi forma, anche quelle apparentemente più innocue, una regola di vita. E’ evidente che vi siano ragioni politiche e che la religione viene usata come un’arma. Anche per questa ragione il recente viaggio di Papa Francesco nella Penisola Araba e prossimamente in Marocco, segna un capitolo nuovo nelle relazioni tra le religioni e comincia a disinnescare l’ipocrisia di chi vorrebbe “guerre religiose”.
 
Sembra che l'occidente stia a guardare: l'Europa e l'Onu cosa possono fare per arginare questo dramma?
Le Nazioni Unite denunciano da anni ma non possono fare molto sei i Paesi, e soprattutto le grandi potenze, restano divise. L’Europa, purtroppo, è spesso assente o irrilevante. Lasciar correre sulle violazioni dei diritti umani da parte di Paesi con cui pure siamo in affari non è certo un incentivo per quei Paesi a cui con una mano, ad esempio, forniamo armi e da quali acquistiamo idrocarburi, e con l’altra vorremmo rispettassero le minoranze religiose. Senza una strategia comune, non si potranno ottenere risultati a lungo termine.
 
 
C'è un legame tra persecuzione dei cristiani, povertà del terzo mondo e traffico di armi?
Il legame è strettissimo. Le guerre, qualunque siano le ragioni all’origine, dei conflitti, si combattono sempre con armi. E non c’è comparto produttivo al livello mondiale che abbaia fatto registrare un aumento così vistoso del fatturato. In alcune regioni del mondo negli ultimi anni le esportazioni di armi sono aumentate del 500%. Queste armi, però, non si producono nei paesi poveri. E’ evidente che fino a quando questo mercato non smetterà di venire alimentato, qualsiasi pretesto verrà usato per generare conflitti. 
 
In un tuo libro, Perseguitati, hai raccontato i tuoi reportage. Quale la storia che ti ha colpito di più?
I drammi naturalmente rimangono impressi. Ma mi piace ricordare le storie di speranza. Delle tante persone che mosse solo da una spinta interiore stanno spendendo tempo e risorse per accogliere i migranti. Penso a Lence, una donna macedone che non ha mai smesso di far mancare un pasto caldo e la dovuta assistenza ai profughi che attraversano la rotta balcanica, ma penso anche a quei tanti giovani che volontariamente si imbarcano su una nave di salvataggio, anche a costo di venire calunniati e insultati dai nuovi stregoni dell’odio.
 
E poi quella tua, ultima, esperienza a bordo della Sea Watch.
Ho trascorso diverse settimane a bordo delle navi di soccorso, specialmente con Open Arms, con la missione italiana Mediterranea e con Sea Watch. Su quest’ultima sono salito a gennaio quando era stata bloccata al largo di Malta e poi ho seguito da Catania e Siracusa il tentativo più recente di impedire lo sbarco di migranti. Una delle cose più difficili è dover spiegare a migranti cristiani che non sono bene accetti da governi che si dicono cristiani. Come se le cicatrici che portano addosso non siano, di per sé, la spiegazione del perché sperano di non venire respinti.
 

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