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Non si discusse di teologia ma di politica, di rapporto tra Chiesa e potere, dell’antagonismo tra patriarcati e del primato della cattedra di Pietro

Costantinopoli, il Concilio dell’869 origine dello scisma

di Redazione Web 27/02/2019

di Antonino Ventura - La causa dello scisma ancora oggi persistente fra la chiesa occidentale e quella orientale, che pose fine all’unità originaria provocando una frattura permanente della cristianità, convenzionalmente viene individuata nella separazione avvenuta nel 1054. In realtà la rottura non fu l’esito di quel singolo evento traumatico, bensì fu il risultato di un progressivo allontanamento vicendevole e di una lunga catena di eventi diversi, dispiegati nel- l’arco di alcuni secoli. I motivi di contrasto tra la chiesa latina e quella ortodossa furono innumerevoli, per questioni di natura teologico–dottrinale e disciplinare, dando vita a continue discordie nel rapporto tra i due episcopati, che non sempre trovavano completa ricomposizione. Durante il lento percorso di separazione tra la chiesa romana e bizantina, una frattura rilevante si verificò a partire dalla metà del IX secolo, con i fatti che ruotano attorno al Concilio Costantinopolitano quarto. Il casus belli fu il dissidio che dilaniò la capitale imperiale per la successione alla cattedra del patriarcato: tutto ebbe inizio quando l’imperatrice Teodora, alla morte del patriarca Metodio nell’847, impose come nuovo vescovo il monaco Ignazio, senza attendere la regolare elezione dal sinodo locale. Ben presto però l’imperatrice fu eliminata per mano del fratello Barda che così le succedette al potere: Ignazio venne deposto forzatamente e nell’858 fu sostituito con il più gradito Fozio, un laico che per divenire patriarca costantinopolitano dovette ricevere tutte le ordinazioni sacre in pochi giorni.

Nell’863 papa Niccolò I, ritenendosi competente in materia in virtù del proprio asserito primato petrino sulla chiesa, intervenne nell’intricato dibattito politico–religioso pronunciandosi per l’illegittimità della destituzione di Ignazio e schierandosi a favore del suo reintegro, di conseguenza deponendo Fozio e arrivando perfino a contestare palesemente il volere imperiale. Costantinopoli rispose con un sinodo bizantino nell’867: Fozio, i vescovi orientali a lui fedeli e i nuovi imperatori deposero e scomunicarono il vescovo di Roma Niccolò, accusandolo perfino di eresia perché permetteva che al Credo, simbolo della fede nicena, si aggiungesse il famoso passo del Filioque, in merito alla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. Perciò venne sancita una situazione di scisma. Come se non bastasse, ad aggravare la tensione tra la sede petrina e quella della capitale imperiale fu anche la concorrenza in quel frangente esercitata dal papato nell’evangelizzazione delle genti slave, in particolare dei bulgari, nei confronti delle quali Costantinopoli aveva da tempo avviato una precisa strategia missionaria. Questa è l’estrema sintesi degli eventi che condussero al Concilio di Costantinopoli quarto dal 5 ottobre 869 al 28 febbraio 870; un sinodo nelle cui sessioni si discusse poco di teologia, ma molto di questioni disciplinari, del rapporto della Chiesa col potere politico, dell’antagonismo sulle aree di competenza giurisdizionale tra i vari patriarcati. Questo concilio, l’ottavo ecumenico per i cattolici ma rigettato dagli ortodossi, fu convocato dal nuovo imperatore Basilio I che fece nuovamente insediare Ignazio come patriarca al posto di Fozio.

Così Basilio I e Ignazio scrissero al nuovo papa Adriano II per richiedergli l’invio di legati pontifici che potessero partecipare al sinodo di pacificazione e di riorganizzazione delle aree di influenza. Nonostante queste buone intenzioni, le dieci sessioni dell’assise conciliare furono turbolente e tese. Il motivo è da ricercare nel fatto che Roma, sentendo di essere nuovamente in una posizione di superiorità, pretendeva che i vescovi orientali scrivessero un pentimento formale e si arrendessero al primato petrino sul patriarcato bizantino: condizioni difficili da accettare perfino per i nemici di Fozio. La sessione conclusiva si tenne il 28 febbraio 870, quando i 103 padri conciliari approvarono il tradizionale pronunciamento di fede e stilarono 26 canoni di interesse dogmatico, disciplinare, politico. In queste 26 disposizioni, il simbolo niceno– costantinopolitano e i dogmi successivi vennero riconosciuti come fondamenta della fede; si proclamò il valore della pentarchia ma con il primato di giurisdizione di Roma; venne condannata ancora l’iconoclastia; si dichiarò invalida la consacrazione episcopale a seguito dell’intervento del potere secolare e si disapprovò la sottomissione degli ecclesiastici al potere civile. Ovviamente si cercò di sconfiggere Fozio e tutti i suoi sostenitori: cionono-stante, entro qualche anno fu nuovamente insediato alla cattedra patriarcale, per poi essere definitivamente deposto. Dunque lo scisma dell’867 venne infine ricomposto grazie al quarto Concilio di Costantinopoli, come successe già precedenti volte. Tuttavia, esso aggiunse un ulteriore importante tassello alla scia di episodi che fecero precipitare le due Chiese in una separazione definitiva.

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