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Ogni mercoledì e giovedì varca la porta del carcere: all’interno, le sofferenze di quanti stanno pagando per i propri passi falsi

Mimmo Nasone: «La mia ora di religione dietro le sbarre»

di Redazione Web 28/02/2019

di Mimmo Nasone * - Nel carcere di San Pietro c’ero già stato diverse volte: già nel 2008 mi recavo settimanalmente a fare i colloqui con un mio amico, condannato in seguito a piccoli reati che aveva commesso a causa del suo disagio sociale e psichico. Vi entravo volentieri perché potevo incontrare Peppe che poteva contare solo sull’amicizia di poche persone. Ma ricordo bene che uscivo dal colloquio sempre con un gran senso di sofferenza. Quelle vecchie “celle” con le finestre sbarrate in alto, lo scricchiolio dei cancelli di ferro che si aprivano e si chiudevano appena oltrepassati, erano parte di un ambiente che mi inquietava e mi lasciava molto perplesso circa la possibilità che quel luogo potesse servire a “rieducare”. Dopo qualche mese il mio amico venne trasferito all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. E anche lì, per più di un anno, siamo andati a trovarlo. Esperienza altrettanto traumatizzante e disumana che certamente non è servita a Peppe. Dopo qualche anno sono tornato in carcere da docente di religione: nell’anno scolastico 2015, l’Ufficio diocesano mi ha assegnato anche alcune ore da fare al Centro per l’istruzione degli adulti e tra le sedi di insegnamento c’erano anche le due case circondariali reggine. Accolsi la proposta con senso di responsabilità e con il desiderio di fare una buona esperienza di servizio. Da allora, nel corso dell’anno scolastico ogni mercoledì e giovedì, compio il mio dovere di docente di religione nelle due sedi di San Pietro e Arghillà.

Non nascondo che i primi giorni di scuola a San Pietro sono stati faticosi anche perché incontravamo i detenuti in una cella adattata ad aula che era collocata accanto ad altre celle.

In questi anni ho potuto sperimentare che il carcere, come dice papa Francesco, «è un luogo di pena nel duplice senso di punizione e di sofferenza, e ha molto bisogno di attenzione e di umanità ». Ho incontrato uomini e donne accusati di reati gravissimi. Alcuni di loro li conoscevo per la loro appartenenza, vera o presunta, alla ‘ndrangheta e per la loro fama di criminali.

Anche i detenuti, dopo qualche lezione, sapevano della mia militanza nell’associazione Libera che non avevo nascosto, ma neppure ostentato. Ho temuto che il mio riconosciuto impegno contro le mafie potesse condizionare la partecipazione dei detenuti durante la mia ora di religione. Con grande gioia invece continuo a constatare una loro costante e attenta presenza. Le scelte di vita e la storia di ciascuno, compresa la mia, cerchiamo di rivederle alla luce degli insegnamenti del Vangelo con la consapevolezza che il messaggio di liberazione di Gesù è per tutti, comprese le persone che più sono nell’errore e nell’orrore. Ogni volta che attraverso quei cancelli per entrare nelle aule dove incontro i detenuti, mi porto nel cuore l’esempio di don Italo Calabrò che, pur condannando decisamente e senza indugi la ‘ndrangheta, credeva nella possibilità che anche i mafiosi potessero riscattare la loro vita magari semplicemente facendo in modo che i loro figli non seguissero il loro esempio.

* Piccola Opera

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