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Parla il Procuratore di Palmi, in esclusiva, per Avvenire al taccuino di Toni Mira

Sferlazza: «San Ferdinando, senza un piano immigrati torneranno»

di Redazione Web 11/03/2019

«Sicuramente lo sgombero e lo smantellamento della baraccopoli erano da fare: non era tollerabile che centinaia di disperati vivessero in condizioni lesive della dignità umana. Però dovevano essere preceduti dalla predisposizione di un’alternativa alloggiativa adeguata. Ora spero ci possa essere una politica di vera accoglienza e integrazione sociale». È l’analisi di Ottavio Sferlazza, procuratore di Palmi, competente anche su tutta la Piana di Gioia Tauro. Ieri ha effettuato un sopralluogo nell’area dove sorgeva la baraccopoli, nella nuova tendopoli e alle due strutture realizzate a Rosarno per ospitare gli immigrati e ancora inutilizzate, come denunciato da “Avvenire”. Assicura il massimo impegno di sorveglianza sulla nuova fase, sullo smaltimento delle macerie e anche su queste due strutture.

Procuratore come analizza quanto accaduto?

L’operazione è stata gestita con grande professionalità e umanità, senza incidenti. Da procuratore della Repubblica ero preoccupato di trovarmi con decine di arresti per resistenza a pubblico ufficiale. Non deve passare per una manifestazione solo muscolare ma soprattutto non deve essere né uno spot politico né un’operazione mediatica.

Cosa la preoccupa?

Cosa faranno ora gli oltre 400 che sono scomparsi? Molti torneranno in relazione ai flussi migratori stagionali collegati ai vari tipi di colture. Torneranno e c’è il rischio che possano improvvisare accampamenti di fortuna magari nella stessa area.

Cosa si può fare?

Penso ad esempio alla possibilità di incentivi alle piccole aziende agricole che potrebbero offrire vitto e alloggio ai lavoratori.

Come seguirete questa nuova fase?

Abbiamo un dovere di vigilanza e controllo della legalità che ci impone, anche dopo questo sgombero, di vedere cosa succede. Se ci sono rientri di immigrati che potrebbero trovarsi in una situazione di maggiore ulteriore o nuova vulnerabilità.

La baraccopoli era parte di un sistema economico di sfruttamento.

Esatto. Come dimostrano le tante inchieste che abbiamo fatto. Per questo rimane l’impegno prioritario del mio ufficio a perseguire in tutti i modi i fenomeni di sfruttamento e caporalato. Tutto deve essere ispirato a principi di legalità che significa rispetto del contratto di lavoro, della paga, della trasparenza del rapporto di lavoro, oltre a un trattamento che risponda a principi di umanità, rispetto della dignità umana e del lavoratore. Non avrebbe senso dare un alloggio e continuare a sfruttarli. Ma non sono indagini facili.

La legge 199 del 2016 sul contrasto allo sfruttamento e al caporalato vi sta aiutando?

Sicuramente. È stato un felice intuito del legislatore. Era necessaria. Anche perché finalmente ci permette di utilizzare strumenti investigativi come le intercettazioni.

E per lo smaltimento dei rifiuti?

Sono rimasto impressionato dall’enorme quantità. Anche qui vigileremo. Per controllare che siano smaltiti correttamente e in tempi rapidi, che non siano abbandonati lì. Non vorrei poi dover aprire un capitolo sulle omissioni. E penso che lo Stato dovrebbe farsene carico, direttamente o fornendo i fondi al Comune.

Le inchieste sugli incendi e sui tre morti a che punto sono?

Purtroppo la baraccopoli si prestava a incendi accidentali e dolosi. Per quanto riguarda l’ultimo del 16 febbraio ancora non abbiamo potuto accertare la natura dolosa o accidentale, mentre l’autopsia è resa molto difficile dalle condizioni dei resti dell’immigrato morto. Per quanto riguarda il secondo, nel quale è morto Suruwa Jaiteh, siamo in una fase delicata che potrebbe avere sviluppi. Il ragazzo era stato cercato ore prima dell’incendio da alcuni soggetti e questo ci ha indotti a non scartare l’ipotesi dell’omicidio. Abbiamo questo sospetto ma è un’inchiesta molto difficile. Abbiamo invece individuato e arrestato la mandante dell’incendio.

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