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Intervista al procuratore antimafia: «La sua morte? Fu l’inizio della rivoluzione Oggi il modo migliore per ricordarlo è quello di sostenere i giovani che recuperano i beni confiscati»

Cafiero De Raho: «Don Peppe Diana cambiò tutto»

di Toni Mira 19/03/2019

L’omicidio di don Peppe Diana è «stato consentito da tutti coloro che prima avevano taciuto. Ma dopo quella morte tanti hanno capito che non era possibile che in una società esistessero uomini capaci di commettere fatti così gravi e che quella stessa società non fosse capace di ribellarsi. Quello fu l’inizio del cambiamento, fu una rivoluzione di amore, la consapevolezza che non si poteva consentire di uccidere il bene. Don Peppe forse doveva im- molarsi per quella società in modo che potesse redimersi e rinascere».

Così il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ricorda l’omicidio del parroco di Casal di Principe. Lui 25 anni fa, magistrato di punta nella lotta alla camorra, fu tra i primi ad arrivare. Poi le indagini, i tanti successi contro i clan. Oggi la convinzione che «tantissimo è cambiato» ma anche «che la guerra non è ancora vinta». E che per questo vanno sostenute le tante cooperative sociali che operano sui beni confiscati: «Proteggere queste bellissime realizzazioni di giovani che lavo- rano assieme, persone libere che vogliono riprendere i beni per farli produrre, è il modo migliore per ricordare don Peppe e continuare il cammino che aveva indicato».

Procuratore, cosa era Casal di Principe 25 anni fa?

Era una terra priva di libertà. Comandava il “clan dei Casa- lesi”, padrone assoluto del territorio, degli enti locali, di ogni espressione economica e politica. Venticinque anni fa non si aveva il coraggio di pronunciare l’espressione “clan dei Casalesi”. Quando, anche nel corso delle indagini, veniva richiesto a qualcuno di riferire sul “clan dei Casalesi”, la voce si abbassava quasi ci fossero delle microspie dappertutto o un occhio invisibile capace di rilevare ogni citazione di quel clan. Era il terrore del territorio. C’era un’atmosfera che evidenziava, in tutta la sua densità e opacità, la presenza del male. Era qualcosa di più di un’organizzazione criminale.

In questa situazione si alza la voce di don Peppe. Ma davvero dava fastidio al clan al punto di doverlo uccidere?

Era l’unica voce, con pochi altri, che si levava in un silenzio assoluto. In un’omertà diffusa era l’unico ad avere il coraggio nell’omelia di rivolgersi ai camorristi e dire parole forti, di confrontarsi con coloro che in quel momento comandavano. Quello che a noi sembra quasi normale, normale non era. Don Peppe, invece, manifestava un’alternativa, una possibilità di essere diversi. Era come don Pino Puglisi, anche lui guidava i giovani verso la strada della redenzione ancor prima che religiosa, sociale, umana. Una redenzione rivoluzionaria proprio perché faceva conoscere la libertà, la possibilità di esprimersi secondo le proprie emozioni, le proprie scelte, contro qualunque forma di costrizione e di intimidazione.

Quale è il ricordo di quel giorno?

Non lo potrò mai dimenticare. Quel che è accaduto nel giorno di quell’omicidio sacrilego è la dimostrazione del punto più basso in cui era arrivato quel territorio. Il corpo di un sacerdote disteso in chiesa credo sia il sacrilegio più grave che si possa commettere. Violare la casa di Dio e uccidere un rappresentante della sua Chiesa è proprio calpestare i valori più elementari di una religione così presente nei territori, laddove la stessa camorra si legittimava attraverso la presenza in chiesa. Ma non nella chiesa di don Peppino, dove la camorra non era in grado di legittimarsi perché lì veniva additata come il soggetto che doveva cambiare comportamento oppure uscire.

Quello fu un giorno di silenzio, ma anche dell’inizio di un cambiamento.

Certamente.

Dopo l’omicidio Casale era silente, vuota, chiunque aveva paura anche di presentarsi, tanto è vero che in quella chiesa non c’era nessuno. Ma a distanza di qualche giorno ci furono manifestazioni collettive di giovani e adulti, in tanti marciavano per le strade ricordando don Peppe Diana. Da quel momento è come se cominciasse a serpeggiare fra la gente la volontà o l’esigenza di essere uomini liberi e soprattutto è come se tanti sentissero la responsabilità di quello che era avvenuto.

Sono stati 25 anni di grandi cambiamenti, di resistenza, di rinascita. Sicuramente il territorio è molto diverso da allora.

È totalmente diverso. Quando partecipai alla commemorazione della morte di don Peppe il 19 marzo 2013, un mese prima di andare a guidare la procura di Reggio Calabria, restai strabiliato e gioioso nel vedere tantissimi ragazzi che volevano prendere il microfono e dire il loro pensiero, e tutti citavano “clan dei Casalesi” senza timore e dicevano che una situazione di schiavitù come quella che il clan aveva determinato non si sarebbe mai dovuta ripetere nel territorio e altrove. Sentire questi giovani, la loro voglia di parlare pronunciando quelle parole, mi sembrò un miracolo. Il miracolo di don Peppe.

Però lei avverte sempre che la lotta non è finita, che c’è ancora da contrastare quel mondo politico-imprenditoriale che ha fatto gli affari col clan. La guerra non è vinta?

No. Fino a che non verrà trovato il “tesoro” del clan, fino a che non riusciremo ad identificare quella struttura così ampia che aveva consentito al “clan dei Casalesi” di effettuare qualunque forma di controllo politico-economico nel territorio campano, è evidente che ci sarà ancora una base molto solida perché il clan continui a sopravvivere anche ai numerosi arresti, sequestri e confische. Per questo bisogna dare forza alle cooperative sociali, che hanno consentito a questo territorio di rinascere, giovani con la voglia di riprendere il territorio nelle loro mani. Però tutto questo ha bisogno di protezione, di aiuto, di collaborazione, di sostegno, anche ideologico. Bisogna che si pensi che quella è la strada attraverso la quale i territori che sono stati governati dalla camorra possono rinascere.

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