accedi | registrati | 25-4-2019

Un parroco postconciliare che seppe animare i laici

Negli anni passati al Divin Soccorso il futuro presule applicò i dettami della riforma coinvolgendo l’intero quartiere

di Giuliano Quattrone 20/03/2019

Formidabili quegli anni!

Ero un giovane studente dell’Istituto Tecnico Industriale Panella quando ho conosciuto per la prima volta don Nunnari, viceparroco del Soccorso. Allora frequentavo la chiesa di San Francesco, a Sbarre Centrali, dove mi ero avviato da ragazzo, perché lì c’erano i frati francescani che tenevano l’Oratorio per noi “bastaselli” di rione (tra i miei coetanei divenni “famoso” per essere stato beccato in flagranza di “reato” mentre “rubavo” i mandarini nel giardino del Convento!). Crescendo, però, avevo bisogno di cambiare aria, quel contesto non faceva più per me, i vecchi frati erano andati via, ed i nuovi avevano un approccio che mi metteva a disagio. Così, colsi volentieri l’invito di farmi vedere in parrocchia che quel giovane prete mi rivolse in occasione del giro di visite che parroco e viceparroco facevano periodicamente alle famiglie del quartiere. Erano i primi anni 70, e Reggio cominciava a leccarsi le ferite di una rivolta finita nella repressione e delle vuote promesse di una industrializzazione che non vedrà mai la luce.

Gebbione era uno dei quartieri  periferici in più tumultuosa trasformazione: i giardini coltivati a finocchi e lattughe man mano scomparivano per lasciare spazio all’edificazione di centinaia di nuovi palazzi ,sia di edilizia pubblica che privata, destinati ad ospitare migliaia famiglie provenienti dalle zone più disparate della città ed appartenenti ai più diversi ceti sociali ; quella promiscuità rappresentava al tempo stesso un punto di forza ed un punto di debolezza per il futuro della zona Stadio-Gebbione: un punto di forza perché non vi erano zone abitate solo da ceti sociali benestanti o da ceti marginali, eravamo mischiati, e questo impedì che si creassero delle zone-ghetto; un punto di debolezza perché era una quartiere senza una sua precisa identità. Un quartiere, peraltro, privo di tutti i servizi essenziali: strade decenti ed asfaltate, illuminazione, cassonetti per la spazzatura, strutture sociali, ecc. Una storia simile a tanti altri quartieri a rapida espansione urbanistica, dove svolgevano un ruolo fondamentale di aggregazione tre realtà, due positive e una negativa: la parrocchia, la sezione del PCI e la ‘ndrangheta ( a Gebbione era insediata una delle cosche più potenti della ‘ndrangheta, la famiglia Labate, detti “Ti mangiu”).

E’ in questo contesto che sono cresciuto accanto a questa figura gigantesca di prete e di uomo che per me è stato (ed è!) padre, amico, fratello, compagno di lavoro e di fatica (come mi ha scritto in una bellissima dedica del libro-raccolta del giornalino parrocchiale), educatore e modello di vita.

Voglio perciò raccontarvi alcuni spezzoni di questa straordinaria avventura che ha segnato il corso della mia vita.

Spirava forte il vento del rinnovamento conciliare tra le navate della nuova chiesa del Soccorso ancora in costruzione e nelle stanze del vecchio “padiglione”, dove si facevano le riunioni dei gruppi, si socializzava e ci si sfidava a ping-pong e si preparavano rappresentazioni teatrali da esibire nella vecchia chiesa trasformata in rabberciato auditorium. C’erano due comunità da costruire, quella ecclesiale e quella civile, ed erano due percorsi intrecciati rispetto ai quali ognuno era sollecitato a rispondere alla propria chiamata, a scoprire la propria “vocazione”, a trovare il proprio posto nella chiesa e nella società. Don Nunnari, “il prete”, come noi lo chiamavamo (anzi, “u’ previti”), indicava la strada, apriva spazi, rompeva i muri della tradizione (anche con un sapiente lavoro di mediazione con il vecchio parroco Pontari), partendo da un concetto basilare del Concilio: l’autonomia e la responsabilità dei laici, a tutti i livelli. Da qui la costituzione del Consiglio Pastorale (con una segretario/a laico/a)  che  aveva la regia di tutta la programmazione pastorale e quella – ancora più dirompente per l’epoca – di un Consiglio  per gli affari economici composto da laici cui veniva affidata la gestione del bilancio parrocchiale, con rendiconto puntuale delle entrate e delle uscite, regolarmente pubblicato sul giornalino parrocchiale. Nei vivacissimi gruppi parrocchiali, saldamente ancorati all’esperienza dell’Azione Cattolica, venivamo formati e poi buttati nella mischia del servizio: come educatori, come catechisti, come animatori sociali, come operatori di giustizia e di carità. L’attenzione ai più bisognosi diventava opera concreta di solidarietà attraverso il doposcuola per i bambini più svantaggiati nei cantinati delle case popolari o la trasformazione della vecchia casa Canonica in mensa per i più poveri e, prima ancora, con la distribuzione di pacchi alimentari alle famiglie più in difficoltà.

Don Nunnari è stato instancabile nell’insegnarci – con la sua vita oltre che con le parole – che la fede deve esprimersi sempre nell’attenzione e nel servizio ai fratelli: ognuno poteva seguire le proprie inclinazioni e la propria vocazione, ma era chiamato a servire. Di solito quando si fa riferimento alla “vocazione” ed alla “chiamata” si tende sempre a pensare che questi concetti riguardino la dimensione religiosa, sacerdotale; alla scuola di don Nunnari noi capimmo che i laici cristiani sono, tutti e ciascuno, portatori di una vocazione e destinatari di una chiamata che, sebbene si esprima in ambito sociale e civile, non ha niente di meno della chiamata al sacerdozio. Il punto è rispondere alla seguente domanda: qual è il mio posto nella Chiesa e nel mondo? Da qui la forza dirompente di un impegno anche sociale e politico. C’era, infatti, anche una comunità civile da costruire in un quartiere raccogliticcio e privo di tutto. E così quelli di noi che avevano la vocazione politica cominciarono ad operare sul terreno dell’impegno civile sulla base però di un insegnamento fondamentale che Don Nunnari ci ha inculcato: il riscatto di un popolo dipende dalla sua presa di coscienza e dalla partecipazione, non può essere calato dall’alto. E’ per questo che la parrocchia è diventata non solo il luogo dove si pregava davanti al tabernacolo, ma anche il luogo delle assemblee infuocate con gli amministratori del tempo, dove i cittadini venivano chiamati a partecipare, a confrontarsi, ad interloquire con i politici. Quante cose abbiamo imparato in quegli anni, quante cose abbiamo capito circa il funzionamento dell’amministrazione pubblica. Ancora oggi, quando giro per le strade del mio vecchio quartiere ed alzo il naso all’insù e vedo i vecchi pali dell’illuminazione, penso a quante assemblee ci sono volute per ottenere il finanziamento di quei lavori quando a Gebbione alle cinque della sera scendeva inesorabilmente il buio! Che palestra di formazione politica è stata la mia parrocchia e che palestra di tolleranza  e capacità di confronto: erano i tempi in cui la Democrazia Cristiana era ancora forte e nelle parrocchie l’orientamento politico era scontato, per cui chi di noi la pensava diversamente – ed io ero uno di questi – veniva additato come eretico; ma al Soccorso no, potevamo discutere ed accapigliarci, ma eravamo tutti legittimati e rispettati e venivamo anche protetti dal nostro parroco anche in ambito diocesano, perché lui difendeva il nostro diritto di ragionare con la nostra testa, di fare le nostre scelte, di sbagliare se necessario, ma di essere trattati come laici adulti e responsabili. D’altronde, non erano proprio queste le indicazioni conciliari? Certo i problemi non mancavano, non tutto filava liscio, ed ogni tanto bisognava ricondurre le cose nel giusto alveo. Indelebile è rimasta nella mia memoria una frase che diceva in certi frangenti uno di noi, un giovane amico, purtroppo morto tragicamente per un incidente di lavoro mentre sistemava la sua casa: “Previti, ca’ intra c’è troppu democrazia!” ( Prete, qua dentro c’è troppa democrazia), così Sasà invitava don Nunnari a mettere un po’ d’ordine quando l’esuberanza giovanile rischiava di trasformare la dialettica animata in lotte intestine.

Naturalmente non è stato tutto rose e fiori. Ci sono stati tanti momenti in cui Don Nunnari ha subito le conseguenze negative dei comportamenti di alcuni di quelli che egli aveva “cresciuto”.

Parlo per me, ma tanti potrebbero raccontare altre storie. Quando, assieme ad altri amici – cattolici e non – decidemmo di dare vita ad un movimento politico autonomo dai partiti a Reggio Calabria – “Insieme per la Città”- in molti pensarono che dietro quell’operazione ci fossero due preti, Don Italo Calabrò e Don Nunnari. E’ vero, questi due preti avevano una qualche responsabilità perché ci avevano insegnato a pensare con la nostra testa ed ad agire assumendoci le nostre responsabilità di cristiani adulti, ma nessuno di loro ebbe il benché minimo ruolo nella nascita di “Insieme per la Città”. E tuttavia, questo errato convincimento provocò non pochi problemi sia a Don Italo che a Don Nunnari , che a torto venivano indicati ( specie negli ambienti di Curia) come i suggeritori occulti delle nostre iniziative. Malgrado ciò, mai, dico mai, Don Nunnari mi rinfacciò quella scelta, ed anzi so bene che difese ad ogni livello il nostro diritto di fare le scelte in piena autonomia dalla gerarchia.

Non credo di sbagliarmi se dico che una delle battaglie più logoranti per Don Nunnari è stata quella contro la diffusione della droga nel nostro quartiere. Gebbione era il regno dei “Ti mangiu”, don Nunnari lo sapeva bene e non ha mai dimenticato di insegnare ai suoi parrocchiani che la mafia è un cancro diffuso da soggetti che si definiscono uomini d’onore, ma che dell’onore, quello vero, non conoscono nemmeno il significato. Un’opposizione alla ‘ndrangheta che è diventata viscerale quando la droga ha cominciato a farsi strada ed a trasformare i giovani in zombie o addirittura a mietere vittime per overdose. Lui, che era il punto di riferimento delle famiglie del quartiere, ha probabilmente raccolto – nel suo ufficio o nel confessionale posso immaginare – la disperazione di tanti padri e madri, il dolore e l’impotenza di tanti giovani prigionieri della droga, e li ha trasformati in certe omelie che ti scuotevano dentro nel grido di Gesù “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.

Ci sono altri due aspetti di don Nunnari che mi piace sottolineare.

“Tu si’ Francescu, u figghiu i Pascali Sergi, abiti in Via San Giuseppi 21, int 6. Com’è to’ frati? Si ripigghiau? Dicci cu staiu ancora spittandu”: mi veniva da morire guardando l’espressione sbalordita di tanti che non erano frequentatori abituali della parrocchia e che, intercettati per le strade del quartiere da Don Nunnari, si accorgevano che lui di loro sapeva molte cose. Io spesso, di rimando, aggiungevo: “Prete ti sei dimenticato di dirgli il gruppo sanguigno!”. Come mai Nunnari aveva questa conoscenza dei suoi parrocchiani? A parte la testa – perché ci vuole testa a ricordarsi tutto – è che lui era il riferimento di ogni famiglia, non solo di quelle che frequentavano la parrocchia. Quando in una famiglia c’era un problema grave, le persone sapevano che per loro c’era sempre una porta aperta, una disponibilità all’ascolto, all’accoglienza, e non di rado all’aiuto concreto o all’intervento per dirimere e sanare situazioni, ricomporre equilibri, pacificare.

Uomo tra gli uomini, amico e confidente, ma soprattutto testimone della fede e della condivisione di vita che si esprimeva anche nell’apertura della propria casa ( quanta santa pazienza ha avuto mamma Teresa a vedersi all’improvviso arrivare a cena due-tre persone in più quasi tutti i giorni!) ed in una vita sobria e modesta. Senza con ciò rinunciare al lato goliardico della sua personalità, che si manifestava al meglio durante le scorribande con i suoi due compagni di marachelle, Saro e Alberto, con i quali organizzavano scherzi da bambini!

Per capire meglio la statura di quest’uomo, di questa vera e propria “calamita umana”, non basta pensare ai molti che hanno scoperto la vocazione sacerdotale grazie a lui, perché occorrerebbe rintracciare i tanti che lo hanno avuto come insegnante, parroco, confessore, amico, educatore, vescovo e chiedere loro  quali sono state le figure più importanti che hanno segnato il corso della loro vita. Io credo che, come me, molti metterebbero, se non al primo, certamente ai primissimi posti, don Nunnari, che per tanti di noi è stato un modello insostituibile di riferimento. Oggi, che le strade della vita ci hanno collocato in latitudini troppo lontane, mi rammarico solo di non avere più la possibilità di una assidua frequentazione, malgrado l’affetto immutato.

Ringrazio il direttore di Avvenire di Calabria, per avermi chiesto questo contributo che mi ha portato a rimeditare su una bellissima umana avventura che ho vissuto durante la mia gioventù; e, lasciatemelo dire, sono stati davvero formidabili quegli anni!

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