accedi | registrati | 23-9-2019

Liberi di scegliere, nuovo approccio per colpire potere dei boss

Il protocollo secondo il prefetto: «Una trivella che scava nel cuore dei clan, una soluzione efficace senza violenza e coercizione. Bella testimonianza per lo Stato»

di Michele Di Bari * 28/03/2019

I magistrati del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria spesso si sono trovati di fronte a veri e propri dilemmi per riuscire a coniugare la stretta osservanza delle leggi con la forza disgregatrice della ndrangheta che penetra le dinamiche familiari in cui i minorenni il più delle volte vengono attratti delle logiche delinquenziali, restando indelebilmente legati alla cosca. E con la sensibilità e l’accortezza necessaria, hanno cercato di individuare dalla prassi dei casi concreti un percorso di crescita culturale contro la ndrangheta per restituire la libertà di una scelta consapevole alle famiglie innervate da un sistema capace di comprimere ogni aspirazione. Una sfida ardita che da anni il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, presieduto da Roberto Di Bella, ha affrontato, cercando di sottrarre alla potestà genitoriale, pur in assenza di specifiche disposizioni legislative, i figli di conclamati ndranghetisti da un destino segnato da violenza, sopraffazione, furia omicidiaria. Sembrava impossibile provocare una cesura nella linea di successione tra padre e figli per contendere la forza primaziale del capo famiglia come pure entrare negli interstizi di esistenze che perpetuano i medesimi modelli educativi capaci esclusivamente di costruire un antistato permanente. Per la prima volta, in questo antistato si è insinuata un’iniziativa giudiziaria che come una trivella si è imposta per sgretolare le granitiche relazioni intranee ad ogni famiglia ndranghetista dove matrimoni e gerarchie sono rigidamente predeterminati. In tal modo, la libertà di un minorenne viene colorata di speranze e di un futuro di normalità, confermando che i vasti strumenti vigenti della legislazione antimafia sia di natura preventiva affidati ai prefetti sia quelli di natura repressiva conferiti all’autorità giudiziaria possono davvero sconfiggere la ndrangheta. In questa scommessa, si annida ogni miseria umana che viene emendata da un itinerario non soltanto di riscatto, ma di una vera e propria conversione laica. La rabbia e la progressiva lontananza dagli stereotipi di violenza conosciuti sin dall’infanzia fanno di questi minorenni dei maestri di vita. «La tristezza di chi soffrendo ingiustamente è meglio della gioia di chi ha commesso iniquità», affermava Sant’Agostino. Quanta tristezza nei volti di tanti ragazzi ai quali lo Stato fornisce una concreta possibilità che va colta per tempo e prima della catastrofe. Davanti ad una moltitudine di vissuti familiari in cui i minorenni rappresentano la debole ossatura, questi magistrati hanno compreso l’urgenza delle singole vicende e della necessità di soluzioni innovative e comunque compatibili sul piano giudiziario, sperimentando attraverso la sottoscrizione di un protocollo che l’applicazione delle leggi spesso richiede una visione, un progetto di vita in grado di comprendere fino in fondo le oscurità del male e le sue ricadute soprattutto sui giovani. In sintesi, l’affermazione di un reciproco spirito di fiducia tra i magistrati e le famiglie. È un nuovo approccio per contrastare la ndrangheta, quasi un metodo rivoluzionario perché si combatte dal di dentro senza condanne o spargimenti di sangue. Chi riesce ad uscirne, è salvo e ricorderà la sua giovinezza non per ciò che è stato, ma per la nuova esistenza di normalità che si accinge a vivere nella consapevolezza che quand’anche sofferta sul piano dei rapporti di sangue non si pentirà della scelta fatta. Una bella e contagiosa testimonianza.

* prefetto di Reggio Calabria

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