accedi | registrati | 25-4-2019

Don Bruno Cipro, che dieci anni fa è subentrato a don Cosentino, raccogliendo un’eredità pesante

Don Cipro: «Dio sorprende sempre, basta che gli lasciamo spazio»

di Sergio Conti 02/04/2019

In occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione della parrocchia San Luca Evangelista in Reggio Calabria, abbiamo intervistato il parroco, don Bruno Cipro, che dieci anni fa è subentrato a don Cosentino, raccogliendo un’eredità pesante: «Quando arrivi in una nuova parrocchia puoi trovare molte difficoltà, perché magari c’è un sacerdote anziano in uscita che, per limiti umani, lascia decadere la pastorale e la gente prende il sopravvento».

Oppure?

La permanenza del sacerdote precedente è stata così edificante che il tuo inserimento vola sul velluto, l’amore per Gaetano in fondo era l’amore per la figura del sacerdote e quindi per me è stato facilissimo.

La realtà non è quella di cinquant’anni fa?

C’è più isolamento, la gente è maggiormente disgregata. Questa parrocchia non è soltanto legata al suo territorio, perché la metà dei fedeli viene da zone diverse della città. Ma non ci trovo nulla di strano.

Davvero?

Per me la parrocchia non è composta dalla gente che abita territorialmente i luoghi, ma da tutta tutta quella che vive la parrocchia, che la frequenta sul serio.

Non c’è il rischio che ognuno si vada a cercare la propria parrocchia, fatta su misura?

È importante che chiunque si senta accolto, ovunque vada. il rapporto iniziale è sempre di tipo epidermico, poi arriva il compito di ogni sacerdote: non legare le persone a sé ma far conoscere Cristo e amare Cristo. Ci vuole tempo, pian piano una persona capisce che il rapporto di fede non può essere legato a fattori personali.

Per esempio, alle belle omelie che fa questo o quel prete…

La bellezza di avere una differenza anche nello stile sacerdotale penso che permetta alla gente di sentirsi amata e accolta così com’è. Forse non tutti siamo portati al sociale oppure allo spiritualismo. Ogni sacerdote ha una sua sensibilità pastorale sicché c’è chi si trova più a suo agio con i giovani, chi con le coppie e questo credo sia un arricchimento. E sorprendente l’intervento di Dio nella storia dell’uomo, basta lasciano fare.

Com’è l’uomo, così è anche la Chiesa…

Che permette a ciascuno di inserirsi nel contesto che lo possa aiutare di più. Nelle parrocchie abbiamo gruppi che puntano alla carità, altri che curano la parte spirituale, altri che combinano le due cose.

Altrimenti che senso avrebbe tutta questa ricchezza di carismi?

È la risposta di Dio alle esigenze dell’uomo. E non c’è mai qualcosa di sbagliato se viene da lui. Noi vorremmo incanalare lo Spirito Santo secondo le nostre direttive, ma tutto questo ci supera. E poi non c’è soltanto il rapporto tra la persona e Dio…

Non basta quello?

Esiste la comunità, dimensione fondamentale. Gesù ha scelto dodici apostoli perché stessero insieme tra di loro e con lui: ancora su questo aspetto dobbiamo lavorare molto. Non è facile stare insieme… Ogni individuo ha una sua storia, ma è stupendo stare insieme come fratelli e vivere insieme l’esperienza di fede.

I parrocchiani che ne pensano?

Sono di due tipi: quelli che vengono a “prendersi” i sacramenti, battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio. E quelli che invece fanno un cammino di fede.

Pochi?

Il rischio per noi sacerdoti è di accontentarci di quello che abbiamo, poco o molto non fa differenza. L’impegno della Chiesa deve essere missionario, in uscita come ricorda papa Francesco, con la puzza del pastore…

Cosa si può fare per la pecora perduta?

Non ha molta importanza cosa fare ma lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. A volte uscendo dagli schemi mentali. Certe volte vorremmo ingabbiare le cose, tutti devono essere secondo i nostri schemi. Anche noi sacerdoti li abbiamo, che le pare?

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