accedi | registrati | 26-6-2019

Volontariato sanitario, è il tempo della denuncia

Ci sono settori completamente demandati a enti, come il trasporto dei degenti verso i diversi ospedali Eppure adesso serve una voce pubblica e critica

di Giuseppe Pericone * 05/04/2019

Sulla situazione dell’Asp reggina forse non ci sono parole che non siano state dette. Sono state svelate le emorragie di un sistema che non nutre soli politicanti, funzionari, colletti bianchi e mafie locali, ma anche potentati come le case farmaceutiche, che notoriamente non hanno sede nel nostro territorio. Così la Calabra, ancora una volta, è terra da depredare. Ciò che il semplice cittadino ignorava erano i costi della sanità calabrese, non certo le sue disfunzioni. Chi in questa terra si ammala ben ne conosce le deficienze e, perché no, anche le eccellenze. Sono tante.

Ovviamente fa parte del “sistema” anche il volontariato che da sempre supporta la sanità. Secondo un dato Anpas (associazione nazionale pubbliche assistenze che raccoglie circa 880 associazioni di volontariato) in Italia il 90% del sistema di trasporto sanitario, oltre a quello di emergenza urgenza, si basa sulla storica e quotidiana attività delle associazioni di volontariato cui il servizio viene affidato direttamente dalla Pubblica Amministrazione attraverso il sistema della convenzione. Il volontariato in ambito sanitario è un mondo articolato, meraviglioso, generoso, importante. Ma accanto alla cure, al sostegno, al supporto, alla vicinanza, alla promozione e sensibilizzazione, che il volontariato ogni giorno promuove, a noi piacerebbe veder anche crescere un’altra prerogativa del volontariato: quello della tutela. Tutelare e difendere i diritti, innanzitutto. Noi crediamo che il volontariato, accanto ai generosissimi servizi resi, debba recuperare questa capacità di stimolo, di pungolo e, laddove occorra, anche di pubblica denuncia.

Con forza, per esempio, andrebbe sollecitata una reale applicazione delle norme a partire da quelle che prevedono i livelli minimi di assistenza e quell’integrazione socio–sanitaria così declamata anche da quelle leggi (328/2000) che conferiscono al volontariato e al Terzo settore un posto preminente nella co– progettazione degli interventi sul territorio. Ciò richiede alle organizzazioni un’azione che vada oltre il servizio reso, l’attività quotidiana e il modo di fare volontariato, a volte routinario. Il rischio di essere “istituzionalizzati” è sempre dietro l’angolo. Sempre concreta la possibilità di rinunciare alla propria autonomia in nome delle convenzioni dalle quali, a volte, rischia di dipendere l’esistenza stessa dell’organizzazione. Le associazioni tendono ad autoriprodursi, lo dicono anche recenti studi. Soprattutto quelle più strutturate e che magari hanno creato dei posti di lavoro. Ma il volontariato non è creare e difendere posti di lavoro. Anzi è proprio il contrario. Il volontariato viene “dopo” il lavoro e tutte quelle formule che mantengono dei livelli di ambiguità, magari anche con spropositati e ingiustificati rimborsi, non fanno che danneggiare l’intero comparto. Sulla gratuità dell’azione volontaria, infatti, si rischia di creare un alone di diffidenza che fa male a tutto il volontariato e a quanti operano con assoluto disinteresse se non quello per il bene comune. Allora occorre recuperare la capacità di proposta, di stimolo, di effettiva tutela dei diritti dei cittadini. Oggi più che mai vanno rimesse al centro passioni, slancio ideale, senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti della comunità. Con determinazione e senza infingimenti.

* direttore Csv Reggio Calabria

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