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La responsabile dei Servizi sociali dei minori ricorda trent’anni di lavoro nell’ufficio di Reggio Calabria

Pina Garreffa: «Quelle storie di riscatto dei figli delle ndrine»

di Davide Imeneo e Federico Minniti 07/04/2019

C’ è un anno cruciale nella storia della Giustizia minorile: il 1988 quando fu introdotto il tempo della “messa alla prova”. Trent’anni fa, il protocollo “Liberi di Scegliere” non esisteva, ma c’era un ufficio che sperimentava – con coraggio e determinazione – delle soluzioni per i ragazzi difficili di Reggio Calabria, quei «figli di ‘ndrangheta» il cui destino sembrava inesorabilmente segnato. Tra questi c’era Giosuè D’Agostino (di cui abbiamo raccontato la storia nel numero del 24 marzo 2019, ndr) e tanti altri. Anni difficili, tempi di guerra di mafia in cui tanti giovani sono caduti, spesso in modo atroce, nelle grinfie della violenza criminale. Lo sguardo di Giuseppina Garreffa, responsabile del Servizio sociale del Tribunale per i minorenni reggino, per un attimo si perde nel vuoto, un flashback che la commuove. Ricorda quelli che non ce l’hanno fatta. Inizia così il nostro incontro, lontano dai riflettori. Gareffa, infatti, rifiuta interviste da un decennio.

«Preferisco far parlare il nostro lavoro» le preme dirle quando azioniamo il nostro registratore. Un lavoro fatto di ascolto, sinergie e fatica. Gli strumenti sono pochi, mentre i bisogni aumentano. Certo a voltarsi indietro, tanta strada è stata fatta. «All’inizio degli anni ‘80 si respirava un’aria propositiva; eravamo giovani, sia gli operatori, che il cappellano del tempo, don Gianni Licastro con la sua immancabile chitarra – racconta Garreffa – sostenuti del direttore dell’Istituto, Francesco Cavallari, il “professore” che andava recuperando i minorenni detenuti nelle Case circondariali degli adulti. Anni di fermento, ma anche di profonda spiritualità: come dimenticare quando il Cappellano aiutò i ragazzi nel costruire, con le proprie mani, le statue in ceramica del presepe». «Come dimenticare, poi, la grande vicinanza di don Italo Calabrò.

Ricordo perfettamente – evidenzia – quando non sapevamo più dove far andare Giosué e lui, senza chiedere nessuna informazione, mi disse: “Portatelo quì” e, quel ragazzo che fuggiva dal clan di appartenenza, andò a vivere a casa sua». In effetti, più che un’intervista, il nostro incontro si trasforma subito in un ricordo intimo di attività significative portate avanti lontane dai riflettori. Sui beni confiscati nell’entroterra della Piana oppure a Monasterace, nella Locride, «quando i ragazzi – in occasione del servizio per l’Infiorata del Corpus Domini – vollero dimostrare anche la propria vicinanza al sindaco di allora, Maria Carmela Lanzetta, a cui aveva incendiato nuovamente la farmacia». Altrettanto forte è la testimonianza che arriva da Polsi.

Quello che inopinatamente viene definito come il Santuario della ‘ndrangheta è stato luogo di servizio per i ragazzi della Comunità ministeriale che hanno lavorato “gomito a gomito” con gli ufficiali dei carabinieri: «Videro umanizzata una figura di cui avevano paura, dai quali scapparono. E qualcuno mi disse: “Dottoressa, ma uno come me, può fare il carabiniere?». Storie di cambiamento reale. E che dire dell’incontro con Renato Cortese, all’epoca capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria, che – a proposito delle serie tv che innalzano i mafiosi come eroi – si è presentato come l’uomo che ha catturato il padrino di Cosa nostra, Bernardo Provenzano dialogando coi ragazzi. «Bisogna far vedere che alla fine è lo Stato a vincere e non i mafiosi», sottolinea Garreffa. Tutti episodi e iniziative, tra cui il riuscitissimo “Progetto Insieme”, che hanno spianato la strada a “Liberi di Scegliere”. «I ragazzi che attualmente seguiamo sono 30 – spiega la responsabile del Servizio sociale per i minorenni – però credo che sia giunto il momento di investire in Calabria, anche perché i provvedimenti di allontanamento, spesso celano tante insidie». Una presa di posizione suffragata da casi eclatanti: «Una ragazza, figlia di un boss, ci chiamò da una stanza di albergo – svela – era scappata dalla Comunità dove era stata destinata poiché capì di essere seguita da uomini del clan».

Quotidianamente, genitori e figli si presentano o scrivono all’ufficio della Garreffa. La voglia di cambiare vita c’è. Adesso lo Stato deve proseguire nella sua attenzione ai territori e fornire le reti di supporto necessarie.

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