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Tanti si aspettano un “ritorno” in termini di grazie o favori rispetto alla partecipazione agli eventi di natura religiosa

Monsignor Renzo: «La pietà popolare veicolo di umanità»

di Redazione Web 17/04/2019

di Luigi Renzo * - Mi piace entrare nel problema della pietà popolare quasi a gamba tesa, senza fronzoli e tentennamenti. La pietà popolare è religione del cuore, non dell’esteriorità. Il grande pericolo che possiamo correre è di restare emozionati, incantati e sviati dalle grandi folle di pellegrini nelle feste religiose, senza considerare che spesso il cuore di quella gente è lontana da Dio, dal prossimo, dalla giustizia, dai poveri. Ricercare un fenomenismo emozionale piuttosto che una fede impegnata e formata, prediligere illusorie scorciatoie, invece della via maestra della croce, affidarsi a pratiche solo esteriori dettate magari da una mentalità utilitaristica (ottenere grazie, assicurarsi il paradiso), può diventare deviante. Dio così è assente perché è assente il cuore.

Dobbiamo cambiare fronte e riportare il cuore e l’amore al centro della nostra vita religiosa e civile, per creare nuove relazioni e nuova umanità. A questo siamo inviati e per questo si giustifica il nostro essere cristiani in questo nostro mondo, che dobbiamo aiutare ad uscire dalla nebulosa e dalla involuzione in cui è venuto a cacciarsi. «La pietà popolare – scrive monsignor Giuseppe Agostino – non attende di essere gestita, ma assunta. È ritenuta stravagante e, quindi, da controllare e non come energia da valorizzare. Essa è voce da ascoltare nel misterioso linguaggio dello spirito umano, nella grande coralità che è l’ecclesia, «convocata» ed insieme «convocans». È antenna recettiva e trasmissiva di Dio».

Come si vede ci troviamo davanti ad un fenomeno complesso che non si può risolvere in poche battute. Certo a noi non interessano qui – come dicevo – gli aspetti antropologici, sociologici, fenomenologici, quanto piuttosto i riflessi di teologia pratica e pastorale. Bisogna fare i conti certamente con l’ambiguità di senso della religione popolare, ma non bisogna nemmeno dimenticare i tratti complementari che la contraddistinguono e che ne fanno una realtà positiva e reattiva insieme: la semplicità, l’immediatezza e l’utilità. Questi tratti trasmettono dimensioni sane della religiosità umana (il bisogno di salvezza dentro l’orizzonte della vita quotidiana) e, nello stesso tempo, rilevano le radici di una possibile deriva acritica, magica e strumentale quando è abbandonata a se stessa.

La pietà popolare, in fondo, privilegia l’approccio relazionale sul razionale, la dimensione affettiva ed emotiva all’interno di una identità sia individuale che di gruppo. Sotto la morsa delle sollecitazioni socio–culturali moderne e post–moderne, la pietà popolare (forse in questo caso sarebbe più giusto parlare di religiosità popolare) manifesta una certa sofferenza espressiva. Tra la religiosità tradizionale e quella cosiddetta post–moderna esiste una continuità ed una rottura. La continuità è data dagli aspetti che rispondono ai bisogni immediati di senso, ai problemi della malattia, dell’angoscia, del negativo nello spirito umano. La rottura sta nel fatto che la pietà popolare tradizionale cerca la risposta e la salvezza dall’alto; quella post–moderna da una specie di autogestione antropocentrica della salvezza: mi salvo con i miei strumenti e a modo mio, fuori da ogni circuito di appartenenza. La nuova religiosità, per così dire, si crea la sua salvezza fuori da ogni rapporto istituzionale. Basta vedere l’ascendente di cui oggi godono i maghi e i fattucchieri, pur in una società culturalmente più evoluta rispetto al passato.

Entrambe le visioni, quindi, manifestano forte ambiguità, ma contemporaneamente rappresentano una grossa provocazione per una circolarità virtuosa fra razionalità e non razionalità dell’esperienza umana. Anche dal punto di vista pastorale l’approccio appare abbastanza intrigante per non sentirci coinvolti e, se vogliamo, anche eccitati a vederci chiaro e a trovare e dare risposte. Sono convinto che sarà per tutti motivo di interesse entrare con umiltà, ma anche con volontà propositiva in questo ambito della vita ecclesiale per ricuperarne gli aspetti più belli e scaricare ciò che lo rende inutile, fuorviante e per nulla espressivo della vera “tradizione” del cristianesimo popolare. In questo sforzo di ricupero e di rilancio della pietà popolare come “risorsa” per l’evangelizzazione può esserci di aiuto l’icona evangelica della guarigione dell’emorroissa. Tutti conosciamo la vicenda di questa donna che da 12 anni aveva perdite di sangue e nessun medico era riuscito a guarirla. Era una donna ormai povera perché aveva speso tutto per curarsi la salute, sia pure inutilmente; era una donna emarginata dal punto di vista sociale e religioso. Ora ha la possibilità di “toccare Gesù”, anzi di toccare solo il suo mantello: tenta così l’ultima carta per ricuperare la salute. In questa donna mi piace delineare la situazione della pietà popolare, bisognosa di una rivisitazione e di una guarigione spirituale.

L’emorroissa, anche se sembrerebbe il contrario, non cerca un rapporto magico con un oggetto magico, il mantello di Gesù. In lei appaiono evidenti tratti di una certa fede che vanno oltre la magia. Nel testo evangelico c’è una sfumatura interessante. La donna non dice dentro di sé «se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita», come traduce la Bibbia di Gerusalemme, ma “sarò salvata” (in greco “sothésomai”). In altre parole, sia pure confusamente ed intuitivamente, essa non chiede a Gesù quello che chiedeva ai medici (la guarigione), ma la salvezza della propria vita. Nella donna c’è, pertanto, “in nuce” un’apertura alla fede che va aiutata ad affiorare e a diventare cosciente. Qui si colloca l’opera della evangelizzazione guarigione–maturazione, affidandoci all’esempio di Gesù secondo il racconto evangelico. Fuori metafora. Per iniziare un cammino serio e valido di conversione e di riconversione, si deve ricuperare tra le parti in causa – pietà popolare e pietà liturgico– ufficiale – quel rapporto di fiducia e arricchimento reciproci.

La pietà popolare, formata ed evangelizzata, come ha recentemente detto Papa Francesco, «è una spiritualità, una mistica, è uno spazio di incontro con Gesù Cristo, è una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa».

* vescovo di Mileto–Tropea–Nicotera

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