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Il vescovo di Cassano all'Jonio ha indirizzato una lettera agli amministratori in occasione delle festività pasquali

Monsignor Savino scrive ai politici: «Camminare insieme»

L'invito è ad abbattere «strutture figlie di un egoismo che genera miseria, povertà e morte per i più e benessere solo per pochi»

di Redazione Web 15/04/2019

Di seguito pubblichiamo il testo integrale della lettera che il vescovo di Cassano all'Jonio ha indirizzato ai politici in occasione delle festività pasquali:

Carissimi,

desidero formulare i miei auguri per questa Pasqua di Risurrezione che prorompe nelle situazioni di sofferenza e di morte inaugurando processi di risurrezione nella storia. La Risurrezione di Gesù conferisce a tutti, anche a chi è impegnato in campo socio-politico, un’inedita energia che oltrepassa e trasforma ogni negatività.

L’Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani così scrive: “Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).

Noi tutti, dunque, “possiamo camminare in una vita nuova”.

Siamo in una terra dove regna l’innovazione immobilista che blocca il nuovo di cui saremmo capaci: arrivano continuamente novità riguardanti il modo di vivere, standard importati o copiati, mode più o meno direttamente imposte dai mercati, ma il nuovo resta bloccato, perché nemmeno tentato.

Cari politici, lasciamo che la Risurrezione ci scuota dall’immobilismo e riprendiamo a camminare insieme. Quante volte nella politica come nel sociale, davanti ad un progetto appena abbozzato, si scatenano divisioni, particolarismi, e personalismi, veri alleati dell’immobilismo? Essi sono forme occulte di un peccato che potrei definire “dell’immobilismo colpevole”.

Il Signore risorto ci prende per mano e ci fa camminare insieme in una vita nuova.

La vita, continuamente rinnovata dalla luce della Risurrezione, procura l’agire condiviso che è proprio di coloro che rinascono, come scrive san Paolo: “Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui [a Cristo] a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua resurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm. 6, 5-11).

La morte di Cristo non è insensata, rancorosa, vendicativa, invulnerabile; questa morte di cui parla San Paolo e che per noi cristiani è strutturalmente collegata alla Risurrezione, è liberatrice e salvifica, perché comporta la “mortificazione del corpo mortale”, cioè il superamento dell’uomo vecchio e la liberazione da ogni dominio delle strutture di peccato.

Ne abbiamo davvero bisogno. Oggi più che mai, dal momento che l’accumulazione e la concentrazione del capitale a livello mondiale e il peggioramento complessivo delle condizioni dei lavoratori manifestano il prevalere della finanza sulla persona.

Il recente Rapporto dell’Istituto Oxfam “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, presentato all’ultimo meeting del Forum Economico Mondiale di Davos, ha evidenziato che il 50% più povero degli italiani possiede solo l’8,5% della ricchezza nazionale netta; a metà del 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta; nel periodo 2006-2016, il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%.

Gli ultimi dati ISTAT sulla povertà, confermano la Calabria quale regione con la più alta incidenza di povertà relativa. In maggiore difficoltà i giovani under 35, i disoccupati e gli stranieri.

Per quanto riguarda l’incidenza della povertà relativa su base regionale la Calabria presenta il valore più elevato (35,3%), discostandosi significativamente dalle altre regioni del Mezzogiorno, seguita da Sicilia (29,0%) e Campania (24,4%). Rispetto all’anno precedente, tuttavia, la Calabria ha registrato un incremento (peggioramento) dello 0,4% che è sotto la media nazionale (aumento dell’incidenza di 1,7%). In base ai dati ISTAT, tenendo conto del numero di famiglie a fine 2017, in Calabria le famiglie in povertà relativa sono più di 284 mila e le persone povere circa 683 mila, ossia 30 mila in più rispetto al 2015 (cfr. “I nuovi poveri in Calabria”, Francesco Foglia, Giu. 27/2018)

Le disuguaglianze estreme denotano gli effetti deteriori della globalizzazione e destabilizzano le democrazie occidentali imponendo un dominio economico-finanziario che supera le stesse forme democratiche dello Stato e quindi relativizzano del tutto il potere della politica che subisce sia la forte influenza dei gruppi privati finanziari (lobby) sia la disaffezione persistente dei cittadini delusi non solo per il sistema ingiusto ma anche per le tante promesse non realizzate.

I cittadini, a loro volta, sono contesi tra un “universalismo astratto e globale”, passeggeri mimetizzati nel vagone di coda o ammiratori dei fuochi artificiali del mondo che è di altri, con la bocca aperta e gli applausi programmati, e l’“eremitismo localista”, condannati a ripetere sempre le stesse cose e incapaci di lasciarsi interpellare dal diverso e dalla bellezza che Dio semina ovunque (cfr. Evangelii Gaudium 234).

Cresce la paura, le persone si sentono insicure, aumenta la richiesta di protezione, la legalità viene invocata ma spesso disattesa.

In questa “quarta rivoluzione industriale”, gli esseri umani, sempre connessi, assumono comportamenti improntati all’odio e al rancore tra ritmi frenetici di vita e di lavoro, imposti dall’accelerazione dei calcoli logico-matematici dei tanti dispositivi elettronici e dei nuovi robots.

La società della fretta e dell’efficienza condanna le nuove generazioni a dimenticare la memoria del passato e a non avere speranza nel futuro vivendo in un eterno attimo presente e insensato. Prevalgono il principio del ‘tutto subito e qui’, l’immediatezza superficiale di un click, la continua ricerca di nuove prestazioni e obiettivi da raggiungere. Tutto diviene perennemente inquieto e instabile, in un incessante e sterile conflitto, privo di senso e significato: «Vanità delle vanità, dice Qoélet, tutto è vanità» (Ecclesiaste 1, 2).

I “mostri” di cui parlava Antonio Gramsci, sono tra noi all’opera: sono quelle strutture figlie di un cieco egoismo che genera miseria, povertà e morte per i più e benessere solo per pochi.

Carissime donne e carissimi uomini impegnati nelle istituzioni politiche, diventa sempre più impellente il dovere che l’uomo vecchio, artefice e vittima di queste strutture di peccato, muoia per essere liberato e avere una vita autentica in Cristo.

A coloro che si attardano ancora a cercare tra i sepolcri le loro speranze svanite e i loro sogni infranti, i messaggeri di Dio del giorno di Pasqua gridano: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc. 24, 1-12). Lo ripetono a noi religiosi come alle donne e agli uomini impegnati nelle comunità cristiane, lo dicono anche a voi, donne e uomini che vi occupate particolarmente della polis. Anche a voi è diretto l’annuncio proclamato davanti alla tomba di Gesù, trovata aperta: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto».

L’evento della Resurrezione di Cristo apre alla dimensione dell’“oltre” che riporta alla vita, alla fraternità, alla pace.

Papa Francesco, nel IV capitolo di Evangelii Gaudium, consegna quattro principi fondamentali per la vita sociale in vista di giungere a scelte oculate e valide.

Con il primo «il tempo è superiore allo spazio» (Eg. 222-225), egli invita a non rinchiudersi in spazi ristretti che costringono in decisioni affrettate e superficiali dettate dal massimo utile, ma a guardare con pazienza a processi lungimiranti che richiedono tempi di attesa.

Nella Lettera enciclica Lumen fidei, scritta insieme a Papa Benedetto, afferma: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino, che frammentano il tempo, trasformandolo in spazio. Il tempo è sempre superiore allo spazio. Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza.» (Lumen fidei 57).

Nel secondo principio, «l’unità prevale sul conflitto» (Eg. 226-230), Papa Francesco invita a risolvere i conflitti e a trasformarli in anelli di collegamento di un nuovo processo verso l’unità e la comunione delle differenze.

Con il terzo principio, «La realtà è più importante dell’idea» (Eg. 231-233), il Papa afferma che “sognare va bene, ma per andare avanti serve il confronto con la realtà” (radiomessaggio 12 maggio 2018). Indicandoci il quarto, «il tutto è superiore alla parte» (Eg. 234-237), ci invita a conciliare la dimensione globale e quella locale per evitare sia la meschinità quotidiana che l’astrazione pura.

Carissime donne e carissimi uomini impegnati nelle istituzioni politiche, vi chiedo di dare tempo al tempo, di agire in modo locale pensando in modo globale, di lavorare nella prospettiva del futuro e della speranza.

Vi auguro di armonizzare le differenze in un progetto comune per i beni di tutti (EG. 221).

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