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La Pasqua abilita l’uomo a recuperare l’orizzonte perduto

Pasqua, «il credente, ''influencer'' della Resurrezione»

Ogni fedele è chiamato a testimoniarlo, persino in una società liquida

di Angelo Battaglia 24/04/2019

All’inizio del giorno, il lunedì della settimana Santa, la Chiesa ha pregato la liturgia delle ore con il testo biblico del profeta Geremia, che raccontava il suo dramma esistenziale: Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: «Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato» (Ger 11,19).
L’icona che introduceva nella Settimana dei grandi misteri della fede, era quella di un uomo che condivide con Cristo la vocazione di profeta, il rifiuto e la persecuzione da parte di altri uomini che vogliono dar fine alla sua vita. La sua esistenza è raccontata attraverso la metafora di un albero, contro il quale si accanisce l’uomo con forza bruta, sfogando la sua violenza e con l’intento di distruggerlo. Ciò che è naturale, reale e vero, rappresenta per alcuni un limite; un limite da deformare, violentandolo nella sua intima essenza.
È lo specchio di quanto nell’oggi si verifica in riferimento all’uomo e al suo stare con gli altri nella storia. L’impeto dell’uomo diviene manifestazione di quell’ “inquinamento ontologico”, espressione di perdita di senso e di una passione violenta verso le cose che possiamo definire a partire dell’esclusione di Dio dall’orizzonte dell’esistente.
Nelle grandi discussioni relative all’ambiente e al suo cattivo stato di salute – che vedono sempre di più, come protagonisti del dibattito, le più sensibili e attente giovani generazioni – non possiamo non riconoscere la causa in questa perdita di senso, alla quale è indispensabile rispondere con una autentica “ecologia dello Spirito”.
La mancanza di orizzonte e di una meta significativa e significante, induce l’uomo ad essere un vorace consumatore della storia. Aver chiuso il proprio spazio all’alterità, sia essa umana o divina, ha reso inabitabile e drammatica l’attualità.
Lo stile che Geremia abbraccia per affrontare la “crisi sociale” del suo tempo è la mitezza di colui che fonda le proprie certezze e convinzioni sulla Parola di un Altro; mitezza che rientra tra quelle che papa Francesco ha definito “virtù deboli” – attualmente derise e inquinate da un egocentrismo irruento e prepotente di cui, l’affermazione del proprio io, ne diviene il criterio assoluto – che rappresentano la cornice di una autentica “ecologia dello Spirito” e l’habitus che rende verificabile la logica rivoluzionaria del Vangelo.
La mansuetudine della vita del profeta si intreccia con la tenerezza, quella virtù del ‘prendersi cura’, di ‘custodire’, di ‘accompagnare’, di ‘generare’: espressioni dell’essenza di Dio che si manifestano “irruente” nel giorno di Pasqua; il giorno in cui l’umanità trasformata e ricreata dall’Amore che si dona, è chiamata ad accogliere il mistero dell’Amore; il giorno in cui il Signore ritorna vittorioso dagli Inferi accompagnando per le vie della storia l’umanità rinnovata e redenta.
È in questo “Passaggio” che la tenerezza di Dio si manifesta nella vita di tanti uomini e donne. Così come per Maria Maddalena chiamata teneramente dal Maestro; i discepoli di Emmaus accompagnati dai gesti del Viandante; Tommaso custodito nella fede dai segni della Passione; i discepoli generati nel Sacramento della sua Presenza. Se fossero vissuti oggi questi testimoni li avremmo chiamati “influencer della fede”, perché capaci di contagiare con entusiasmo e passione, in forza di una la libertà liberata e liberante, l’umanità disorientata.
Anche oggi la Pasqua abilita l’uomo a recuperare l’orizzonte perduto, risignificando ogni dimensione della realtà creata. Il Risorto diviene l’unico criterio del vero e autentico umanesimo. Nel giorno della Parasceve, dopo lo sbigottimento per la morte del Maestro, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo custodiscono nel “ventre” del giardino vicino al Golgota, il “Seme della Vita”: presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto (Gv 19,40–41). È da questo giardino e dal “Seme” ivi piantato, che riparte e si rinnova la speranza attraverso una sempre nuova “rivoluzione ecologica”.
Come “influencer della Risurrezione”, il credente è chiamato anche oggi ad affrontare con discernimento e giudizio critico ciò che rende “contaminato” il mistero della vita, sapendo fare della sconfitta e del rifiuto, l’occasione per generare significato e senso. Attualizzando uno scritto apologetico dei primi secoli dell’era cristiana, la lettera a Diogneto, oggi gli “influencer della fede”, nella logica dell’“ecologia dello Spirito”, hanno come missione quella di trattenere con le radici della fede i “dissesti idrogeologici” della società liquida; di offrire l’ombra della logica del Vangelo “ai consumatori seriali” senza meta e di restituire ossigeno ad una “storia avvelenata” dall’affermazione dell’io con la sua cultura di morte.

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