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Il discepolo fu compagno in un viaggio missionario di Paolo e Barnaba, dai quali poi si separò per seguire Pietro a Roma

San Marco, testimone e annunciatore di Cristo

Ecco chi fu e come visse il primo evangelista

di Redazione Web 25/04/2019

Dicono che sia la sua firma, pittorica, anche quella, come il suo Vangelo. È quel lenzuolo che volteggia luminoso e bianco, nella notte più nera della storia – mentre Gesù veniva arrestato nel Getsemani – tutti, abbandonandolo, fuggirono. Un giovinetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo (Mc 14,50–52). Questo schizzo ritrae perfettamente le caratteristiche del Vangelo di Marco: enigmatico e spoglio, essenziale come un giovinetto nudo e drammatico come una fuga; un vangelo che, sull’identità del Cristo, offre luci improvvise e silenzi oscuri, impenetrabili. Conosciamo Marco come il probabile proprietario di quella grande casa al piano superiore dove si verificarono gli eventi più importanti della vita di Cristo: l’ultima cena, le apparizioni del Risorto, la pentecoste. Gli scritti del nuovo testamento lo citano più volte: dal libro degli Atti veniamo a sapere che Marco, in realtà, si chiamava Giovanni: Pietro si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera (At 12,12). E che fu compagno in un viaggio missionario di Paolo e Barnaba, dai quali però poi si separò: Giunti a Salamina – Barnaba e Paolo – cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante (At 13,5). Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia. Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme (At 13,13). Oggi la critica moderna gli ha ridato il posto onorevole che gli spetta. Marco è l’inventore del genere letterario del Vangelo, preceduto solo da una sorta di protovangelo che non ci è pervenuto, ma che comunque Marco ha organizzato in modo del tutto autonomo. Il suo Vangelo segue uno schema preciso: una introduzione e due grandi archi narrativi suddivisi, a loro volta, in tre sezioni. Colonna portante tra i due grandi archi è l’episodio di Cesarea di Filippo in cui l’apostolo Pietro riconosce la messianicità di Gesù (Mc 8,27–30). Chi è Gesù, del resto, è la domanda fondamentale del vanD gelo di Marco che si apre con queste parole: Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Il titolo non pare di Marco, ma bene si sposa con l’intento dell’opera che praticamente si chiude con la confessione di fede del Centurione: veramente quest’uomo era Figlio di Dio. «Chi è il vero discepolo» è l’altra domanda fondamentale del vangelo marciano, che viene per questo definito il vangelo dei catecumeni. Clemente Alessandrino, attorno al 200, afferma che Marco scrisse il suo vangelo a Roma per i convertiti al cristianesimo di quella città, non a caso, allora, è un romano – e un soldato romano – il perfetto credente che alla fine del vangelo riconosce l’identità di Gesù. Marco, come abbiamo visto dai passi sopra riportati, fu legato a Barnaba non solo da vincoli di parentela, ma anche da ideali. Per un certo tempo, infatti, gli fu compagno di missione insieme con l’apostolo Paolo. Per motivi a noi ignoti Marco fu all’origine di un litigio tra Barnaba e Paolo, forse uno dei motivi fu proprio il temperamento di Marco, piuttosto timoroso e poco incline alle “fatiche” missionarie. Un tale temperamento bene si accorda con l’immagine del giovinetto in fuga con cui abbiamo aperto queste pagine. Il dissenso, comunque, si ricompose e ritroviamo Marco al seguito degli apostoli e in particolare di Pietro per il quale, grazie alla sua conoscenza del greco, funse da interprete. Secondo il doge Andrea Dandolo, nell’ampia Cronica redatta nel 1350, fu lo stesso Pietro che lo inviò ad Aquileia quale organizzatore di un clero preesistente. Qui scelse il primo vescovo di Aquileia: Ermagora (unico dato certo della tradizione). Dopo una sosta a Roma attorno al 50, Marco partì per Alessandria,

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