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Sacrificò se stessa per suo figlio, una scelta scaturita dalla propria fede: fu canonizzata nel 2004 da papa Giovanni Paolo II

Gianna Beretta Molla, madre secondo l’esempio di Gesù

di Redazione Web 28/04/2019

Era il 1962 quando il 28 aprile Gianna Beretta Molla morì dopo aver scelto di non farsi curare per un tumore per timore di arrecare danno al quarto figlio che aspettava. Papa Giovanni Paolo II la canonizzò nel 2004, ma, se si potesse riavvolgere il film della Storia e delle storie, quanto ci piacerebbe spiare la mamma, non ancora santa, mentre cammina nella notte per addormentare un neonato urlante, mentre si china su un pavimento cosparso di giocattoli, oppure mentre si butta a capofitto lungo una ripida pista di sci (perché no?). Quanto ci piacerebbe osservare Gianna Beretta Molla, la prima madre dei nostri tempi a essere proclamata santa, filtrando il suo eroismo e il suo gesto di estremo sacrificio – dare la propria vita per quella della figlia che doveva ancora nascere – attraverso la tanto citata “normalità” che hanno descritto così bene i suoi biografi e, ancor prima di loro, le persone che le sono vissute vicino, a cominciare dal marito.

«Non mi sono mai reso conto di vivere vicino a una santa», ci raccontò più volte Pietro Molla, che poco dopo la scomparsa della moglie aveva attraversato anche il dolore della morte di una figlia. «Mia moglie aveva una fiducia veramente infinita nella Provvidenza. Era una donna piena di gioia di vivere. Felice. Amava la sua famiglia e la sua professione di me- dico. La sua casa. La musica. Il teatro. La montagna. I fiori». A Giuliana Pelucchi, autrice della toccante biografia pubblicata sempre dalle Paoline, il marito raccontò: «Amava tutte le cose belle che Dio ci ha donato. Mi è sempre sembrata una donna del tutto nor- male, ma, come mi disse monsignor Carlo Colombo, la santità non è fatta solo da segni straordinari. È fatta soprattutto dell’adesione, quotidiana, ai disegni imperscrutabili di Dio». Ecco. È proprio a quella quotidianità che varrebbe la pena d’indirizzare la mente, a quali giorni e quali ore avrà attraversato guardando il marito e i suoi tre piccolissimi bambini, il più grande di poco più di cinque anni, nella speranza di riuscire a salvare la vita della piccola in grembo, e la propria. Per salvare sè stessa, il passo obbligatorio sarebbe stato eliminare la prima, messa a termine da un in tervento che avrebbe potuto eliminare il fibroma, messosi a crescere di pari passo alla gravidanza. Ma, come hanno ricordato altre donne negli anni a seguire, una mamma si piega ad abbracciare il più indifeso dei figli. L’intervento non ci fu e Gianna Beretta Molla morì. Pochi giorni prima aveva ribadito al marito e ai medici: «Se dovete decidere tra me e il bambino, scegliete il bambino».
 
Vita fatta di una fede vissuta, dell’impegno nell’Azione cattolica, delle lunghe ore vicino ai propri pazienti, molti dei quali anziani, nonostante la specializzazione in pediatria. Vita, che ancor prima, ha messo radici in una grande famiglia con molti figli e tante vocazioni religiose (come quelle dei tre fratelli). Ed è forse proprio questo che di Gianna Beretta Molla interroga di più le coscienze, anche di coloro che se ne sentono in qualche modo infastiditi. Il che non meraviglia in una società che ogni giorno allude ai “grandi passi avanti” di una diagnostica prenatale che si vanta di mettere al riparo da qualsiasi problema del futuro bambino, come se fermarne la vita fosse una cura.

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