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L’impegno nella Resistenza e i «falsi storici»: facciamo un po' di chiarezza

Il preludio cattolico per la ricostruzione

I sacerdoti uccisi furono 129: dei martiri contemporanei. Roberto Beretta raccoglie le storie dei preti uccisi

di Redazione Web 25/04/2019

Oggi, più che mai, è necessaria una riflessione su un problema che appassionò la sua generazione di preti – e lo stesso don Primo Mazzolari – quello, cioè, della legittimazione della partecipazione dei cattolici in generale, e dei sacerdoti in particolare, alla resistenza armata al nazifascismo. Illuminanti, al riguardo – sia pure attraverso un testo narrativo, il bellissimo romanzo sulla Resistenza di Luisito Bianchi. La messa dell’uomo disarmato – le parole messe in bocca a don Benedetto, uno dei protagonisti del romanzo, il monaco coinvolto, suo malgrado, nel dramma della guerra: «Ho celebrato la messa col dubbio, mai prima sperimentato, se mi fosse lecito, in questo tempo di morte voluto dagli uomini, rinnovare la memoria della morte di Cristo come segno efficace d’amore e di riconciliazione. Può il sangue di riconciliazione sovrapporsi a quello della divisione, quasi a confermare e legittimare quest’ultima? Sarebbe molto più semplice che io dicessi: riprenderò a celebrare a guerra finita; adesso afferro anch’io un’arma perché la pace, conquistata a prezzo non solo di sangue ma anche di rinuncia alla messa, mi consenta di celebrare la riconciliazione».

Queste parole descrivono efficacemente il «caso di coscienza» dei cattolici coinvolti nella vicenda della Resistenza; ed essi furono assai numerosi nello specifico contesto emiliano, nell’arco che va da quel modenese descritto in pa gine memorabili da Ermanno Gorrieri ne La Repubblica di Montefiori- no; alla Reggio Emilia del «partigiano Dossetti» e di tanti cattolici, oggetto dell’ampia ricerca storiografica di Sandro Spreafico. Nelle terre emiliane la Resistenza fu veramente un fenomeno di vaste dimensioni e la presenza dei cattolici importante e in molte aree determinante. Fu il sostegno dato da monasteri, conventi e parrocchie ai partigiani e l’ospitalità accordata, spesso a rischio della vita, ad ebrei a prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, a persone ricercate dagli occupanti. Fu la resistenza passiva di chi, come Giuseppe Lazzati, rifiutava le lusinghe degli occupanti e preferiva la via dei campi di concentramento, ove gran parte dei militari antifascisti avrebbe concluso la propria breve esistenza.
 
Fu il sostegno dato da preti come don Mazzolari a quanti avevano compiuto la scelta dell’azione armata. Fu, infine, il passaggio alla resistenza armata sull’Appennino, ora nella forma dell’attiva partecipazione ai combattimenti, ora – come fu per Giuseppe Dossetti, comandante partigiano nel reggiano – nella funzione di animatore e di ispiratore ideale della Resistenza e di costruttore della democrazia post–bellica attraverso una prolungata e paziente opera di formazione politica. Quella dei cattolici, dunque, fu una Resistenza articolata e complessa, all’interno della quale il ricorso all’uso delle armi rappresentò soltanto un aspetto, e forse non il più importante.

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