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Osservatorio sulla violenza di genere e Libera hanno promosso la marcia che ha coinvolto molti giovani tra cui i figli della donna

Limbadi, un sit-in per chiedere verità e giustizia tre anni dopo

di Mario Nasone 21/05/2019

Hanno volti fortemente segnati da dolore e sofferenza, ma espressi con gentilezza e senza rancore i tre figli di Maria Chindamo, Vincenzino, Federica e Letizia. Così li hanno visti tanti amici, ragazzi delle scuole, gente comune, rappresentanti delle istituzioni che hanno voluto abbracciarli la mattina del sei maggio scorso. È stato un vero e proprio pellegrinaggio quello che li ha portati, nella frazione Montalto di Limbadi, davanti ad un luogo simbolico: il cancello dell’azienda agricola dove Maria Chindamo tre anni fa è scomparsa, vittima dell’ennesimo caso di lupara bianca, perpetrato in un territorio quello vibonese che ha registrato negli ultimi anni ben quaranta casi analoghi. L’emozione è stata forte ed indimenticabile, il punto più alto durante la lettura delle poesie dedicate alla madre dalla più piccola Letizia, con versi che ricordano questa mamma dal sorriso e dai modi gentili e che chiedono conforto e vicinanza. Tutto questo lo hanno trovato negli amici che si sono ritrovati accanto per unire la loro voce alla loro, per chiedere che sia fatta luce su questa azione criminale, che si stabilisca la verità e sia fatta giustizia.

Una manifestazione, quella promossa da Libera Calabria e dall’Osservatorio regionale sulla violenza di genere, che ha voluto lanciare un grido per ribadire che quello che è successo non è un fatto privato che interessa solo questa famiglia, ma un momento di memoria collettiva, perché chi ha colpito Maria Chindamo, chi ha procurato la sofferenza della sua famiglia, ha colpito tutta la comunità. Anche per questo non si possono accettare sentenze di Tribunali che si arrogano il diritto di emettere sentenze di morte secondo modelli arcaici che non riconoscono alla donna il diritto di scegliere il loro futuro. Un modus operandi che ha spinto una parte della Calabria che resiste, che vuole opporsi a questa cultura mafiosa a recarsi a Limbadi per dare testimonianza di vicinanza e per ringraziare i figli, la mamma, il fratello Vincenzo che stanno dando a tutti una lezione di vita. Per loro è stata una grande iniezione di fiducia e di conforto, così come è avvento nel giugno del 2016 quando furono ricevuti da Papa Francesco che ricevendoli li ha sorpresi quando gli ha detto “so tutto” perché conosceva la loro dolorosa sofferenza è per loro aveva pregato. Questa famiglia non si è arresa, non ha mai perso la fiducia nello Stato, ha continuato anche andando nelle scuole, nelle Tv locali e nazionali e in tutte le occasioni a testimoniare la loro fede nella giustizia e nella legalità, a portare un messaggio d’amore, per chiedere non vendetta ma giustizia, senza perdere mai la calma, senza dire mai una parola d’odio, ma seminando amore e riconciliazione.

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