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L’analisi: la comunità è sola, schiacciata tra il terrore delle mafie e quello di uno Stato che agisce «sulla base di meri sospetti senza garanzie giurisdizionali»

Reggio deve respirare, il pm Musolino: «Basta carrierismi»

di Francesco Creazzo 23/05/2019

La strage di Capaci ha ispirato un’intera generazione di Pm antimafia, tra questi, anche Stefano Musolino. Il magistrato in forza alla Dda ha firmato alcune delle inchieste più importanti nella storia recente del contrasto alle mafie, nella città in cui è nato, cresciuto e ha deciso di operare.

Ricorre l’anniversario di Capaci. Che eredità lascia per chi fa il suo mestiere?

È un evento che ha segnato tutti profondamente, che ha provocato molte “vocazioni” e interrogato tutti su come si faccia questo mestiere, su come si decida di vivere, come si decide di operare.

Dopo quella strage nacque un movimento di antimafia che potremmo definire “di piazza”. Cosa è cambiato da allora, cosa deve ancora cambiare nell’antimafia?

Io non credo che l’antimafia dei cartelli e degli slogan sia di per sé sufficiente. È un’antimafia emotiva, basata sulla reazione ad eventi scioccanti. L’antimafia vera la si fa ogni giorno quando si fanno scelte sulla costruzione del proprio futuro.

Ci sono state istituzionalizzazioni dell’antimafia con prebende pubbliche notevoli, la cui gestione non è stata pulitissima, come dicono le indagini. Quale deve essere l’antimafia del futuro?

La risposta è sempre individuale, però poi deve raccogliersi in uno sforzo collettivo che abbia un’idea di progetto futuro. Ecco, quello che manca da noi in questo momento è una progettualità: i ragazzi vanno via e chi resta lo fa perché pensa di potersi “sistemare”, cioè arrangiarsi e accettare compromessi. E questo è un fattore depressivo che la città vive.

In che senso?

La città si trova azzoppata da scelte governative che sono di pura repressione. Abbiamo un record di interdittive, scioglimenti e provvedimenti emessi sulla base di meri sospetti, con livelli di garanzie giurisdizionali bassissime. Norme concepite come assolutamente straordinarie, applicate come ordinarie. Non è possibile tenere un luogo così tanto a lungo in stato di perenne emergenza senza dargli un futuro. Altrimenti le persone sono costrette a vivere in maniera anestetizzata perché non sanno da chi “guardarsi” prima.

Ci può fare un esempio concreto?

Noi abbiamo avuto qui una ragazza, accompagnata dal padre il quale ci ha chiesto aiuto: la figlia, pur dotata di un buon curriculum, non riusciva a trovare lavoro a causa del cognome del padre. Gli imprenditori avevano troppa paura dell’interdittiva antimafia per assumerla, perché il padre aveva dei precedenti. Così non riusciremo mai a recuperare nessuno.

Insomma, non si dà la possibilità a chi vuole uscire dal meccanismo di poterlo fare...

Esatto. Alla fine si può scegliere di fare tante interdittive, oppure di dare tante possibilità. E però, a seconda della scelta, è evidente che alla base ci sia un’idea diversa di antimafia, di cosa serva davvero per cambiare le cose. Se si sceglie solo la repressione, si opta per indurre nella città una sorta di sopore rassegnato: nessuno si espone più.

Quindi, anche le forze pulite della città sono costrette a tenere le mani in tasca, per paura di macchiarsele?

Certo. Hanno paura tutti. Tutti vanno via perché in questa situazione, non vedono un futuro. Se già qui le cose sono difficili, e in più lo Stato, invece di sviluppare economicamente il territorio, blocca tutto perché “tanto c’è la ‘ndrangheta e non si può fare niente”; e se in più chi vive qui, per il semplice fatto di essere parente di qualcuno, non può avviare un’attività, allora non c’è chance di futuro. Ognuno si costruisce la sua bella carriera antimafia, sfrutta la città per ottenere una promozione e la lascia massacrata. È la logica di chi pensa che questa città possa essere salvata solo da una bomba atomica.

È la logica degli scioglimenti dei Comuni, che non è una soluzione, e questo è dimostrato dall’inefficacia che questi provvedimenti hanno avuto. Un panorama desolante, qual è la soluzione?

Io penso che siamo noi reggini a doverci impegnare per un futuro diverso, se ne abbiamo voglia. Dobbiamo vincere quelle diffidenze ataviche che caratterizzano il nostro individualismo per costruire prospettive di futuro.

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