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La chiesa di San Paolo alla Rotonda guarda dall’alto la città di Reggio e le sue difficoltà: con le porte aperte verso chiunque

San Paolo, missione possibile: accoglienza per tutti

di Sergio Conti 24/05/2019

L’affaccio è di quelli mozzafiato. Dal sagrato della chiesa si vede lo stretto di Messina e uno scorcio della zona Sud e parte del centro di Reggio Calabria. Nelle giornate in cui il cielo è limpido, la visuale del tramonto è bellissima. La parrocchia di San Paolo alla Rotonda svetta sulla città e sulle sue mille contraddizioni, sui problemi e sulle ferite della società moderna guardando tutto dall’alto: strade come serpentine, palazzi non rifiniti e sacche di povertà evidenti anche a distanza, dai contesti degradati. La chiesa si apre a un territorio centrale ma che risente dei problemi della periferia. Lo fa con un progetto e con una parola d’ordine: accogliere tutti. Accogliere senza distinzioni di ceto sociale, di provenienza, di possibilità economiche, nella dimensione della porta aperta per chiunque arrivi. E sono in tanti ad arrivare da fuori parrocchia, da zone della città assai distanti. Il progetto pastorale porta la firma di don Giacomo D’Anna, parroco da quasi venticinque anni, che ha voluto coinvolgere i laici, molti dei quali giovani, sin dal suo insediamento. Un coinvolgimento a tutto tondo che non ha trascurato nulla: catechesi, evangelizzazione, preparazione alla comunione, cresima, al matrimonio. C’è la Caritas, perché l’incontro con Dio non passa soltanto per una via. C’è la polisportiva, il gruppo teatrale, il gruppo dei ministranti guidato da Giuseppe che sta in disparte per non essere intervistato, ma segue tutto con occhi attenti. L’Azione cattolica, lo scoutismo, il Rinnovamento dello Spirito e diversi gruppi di preghiera e anche il coro polifonico che supera di gran lunga i rumori che provengono dalla strada. La comunità è viva, con le diverse anime caratterizzate da una reciproca collaborazione. Lo racconta Paola, che abita in questo territorio e da tredici anni è attiva nell’Azione cattolica. L’iniziazione cristiana con i bambini, e poi i giovani, gli adulti e anche gli “adultissimi”, ovvero gli over 70.

«Trasportano tutti con la loro energia» sottolinea Paola. La dimostrazione che la fede non conosce la pensione e nemmeno l’impegno parrocchiale. Sessanta sono le coppie in un gruppo ad hoc. Il giovedì è il giorno della settimana più “blindato” per la parrocchia: una volta c’è la catechesi, poi la scuola di formazione e ancora l’adorazione eucaristica e quindi i gruppi per socializzare quello che si è vissuto come arricchimento personale.

Paola ha vissuto da vicino l’esperienza del carcere quando don Giacomo ne è stato cappellano: «Mi occupavo dell’armadio della fraternità, contribuendo ai piccoli bisogni dei reclusi. Un’esperienza che ci ha fatto conoscere il lato umano della carcerazione, una sofferenza incredibile». Lei affiancava le donne nel carcere femminile di Reggio Calabria e si è sentita di incarnare la Parola di Dio in un abbraccio che le ha ricordato il Vangelo “ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. A breve, un nuovo progetto proprio negli istituti penitenziari dal titoli piuttosto evocativo: “Canta che ti passa”, con la musica protagonista e con l’impegno di tanti volontari, con l’obiettivo di alleviare la fatica del tempo che in galera non passa mai. «Ho incontrato tantissimi giovani in carcere – ricorda don Giacomo –. Le loro storie mi hanno insegnato ad amare e a non giudicare nessuno, come faceva Gesù Cristo». I giovani, quelli liberi, quelli fuori che gironzolano nel quartiere, don Giacomo unitamente ai “suoi” laici cerca di spingerli a frequentare luoghi sani, contesti puliti, come possono essere quelli interni a una parrocchia. Nella speranza che non cadano nella devianza della droga, che non si infilino in strade tortuose fatte di reati piccoli e grandi. L’attenzione al territorio in questa parrocchia si esplica anche nello stimolare la collaborazione con tutte le forze educative e istituzionali, credendo alla politica come ricerca del bene comune.

Dietro una bella facciata, infatti, soprattutto dietro i locali della chiesa di San Paolo è possibile vedere situazioni difficili, degrado e povertà. Ci sono realtà di tossicodipendenza: «Basta percorrere alcuni ambienti limitrofi per farsi un’idea precisa di cosa sia la nostra società oggi» spiega don Giacomo, perfettamente integrato in queste emergenze». L’impegno a formare buoni cittadini è insito nella missione degli scout, presente con il gruppo RC 10. Irene frequenta la parrocchia da 24 anni, si è sposata e ha due figlie. «Sono una mamma a cui è stato proposto di dare una mano, d’altronde dovevo accompagnare le mie figlie agli scout e così mi sono messa in gioco e ho detto il mio sì, indossando uniforme e fazzoletto». Gli scout d’Europa sono cattolici e rappresentano un cammino valido per insegnare a essere cristiani e buoni cittadini. Irene mostra con orgoglio la sede al cui interno c’è tutta la allegra confusione dei luoghi vissuti a pieno. D’estate, i ragazzi sono impegnati nei campi estivi, chiamati a una vita all’aria aperta che li mette a contatto con la bellezza del creato e quindi con Dio. Lontano dai social e dalle comodità. Nel solco dell’impegno civico, hanno adottato un’aiuola sul lungomare di Reggio: piantine, tanto verde e periodici interventi per ripulire dalle erbacce. È il messaggio del fondatore Baden Powell, lasciare il mondo un po’ meglio, più bello di come lo abbiamo trovato. Servire e fare comunione con gli altri è l’insegnamento e la testimonianza che Irene, come tanti altri in parrocchia, vuole lasciare alle sue figlie. La befana scout è uno di questi esempi: i bambini rinunciano a un regalo ricevuto per portarlo ai piccoli che non possono permetterselo, andando a trovare le famiglie più bisognose della parrocchia. Gesti che significano che la missione è possibile. «La mia gioia di aver conosciuto il Signore non posso tenerla per me, non posso essere egoista, devo condividerla con gli altri» dice Irene. Come darle torto.

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